venerdì 13 giugno 2014

Michael Palin, Londra, #cazzatecomelavita, tre, una biro che non c'è


Vi è mai capitato di chiedere a qualcuno: Ti è mai capitato di [inserire oggetto dell'indagine qui]?
Tipo: Ti è mai capitato di incontrare Michael Palin in un aeroporto di Londra e di chiedergli un autografo?

Antefatto

Mi trovo a Londra. Ho diciannove anni e sono un coglione. Voglio dire, chi non lo è a diciannove anni? Almeno un pochino? Conseguita la maturità, prendo e parto con il mio fraterno amico di cui ho già scritto altrove. L'idea era quella di fare un'esperienza all'estero, arrabattandosi con lavoretti occasionali e contestualmente affinando la conoscenza della lingua (zoppicante all'epoca). Partiamo nell'autunno del '97, mi sembra da Milano, arriviamo a Heathrow e ci accoglie una metropoli vestita di luci e di notte, con i suoi taxi neri panciuti, con il caos per le strade, le insegne, i teatri, i double decker e tutta quella roba britannica lì.
Magari approfondirò le esperienze di quel fantastico soggiorno con altre escursioni in territorio CCLV.
Comunque, quello di cui vi voglio parlare oggi è: il viaggio di ritorno.

Il viaggio di ritorno

Il viaggio di ritorno nella primavera dell'anno successivo. O forse era febbraio. Non mi ricordo. In ogni caso, saluto tutti i pazzi scriteriati con i quali ho condiviso alloggio, lavoro, gozzoviglie, serate a guardare cortometraggi sulla BBC facendo girare uno spin...ONE, uno spinone, chi non ha mai fatto girare uno spinone a diciannove anni? Magnifici cani, gli spinoni.

Che giravolte che ci siamo fatti, 'acci tua!
In ogni caso, la sera prima della partenza facciamo festa, ci facciamo qualche pinta, attendo tutti gli abitanti della casa di ritorno dal lavoro, abbracci, lacrime, birra a fiumi... e la mattina dopo la sveglia non suona (o più probabilmente CHI DIAVOLO L'HA MESSA LA SVEGLIA?). Inizia una corsa forsennata da King's Cross, mia residenza londinese, a Elephant and Castle, fermata della metro dove devo scendere per prendere un treno che mi porti a Gatwick. A Gatwick dovrei prendere un velivolo diretto in Italia. Mi dicono sia piuttosto raro che un aereo attenda un passeggero in ritardo, ergo CORRO. Come se non ci fosse un domani, come se avessi Satana alle spalle. Mi fiondo sulla metro, con bagagli e quant'altro, dalla metro (mind the gap) balzo agilmente sul trenino e via, la strada ferrata si lascia alle spalle la città e mi conduce all'aeroporto.
A Gatwick mi trascino per ampie sale con valigie e un sonno non indifferente, cerco il simbolo della compagnia, faccio il check-in, mi assicurano che sono ancora in tempo, la simpatica tipa con cui parlo mi chiede in italiano: Corridoio o finestrino? E io scelgo finestrino.
Così, finalmente, mi siedo e il cuore riprende a battere a un ritmo normale.
Mentre sono lì in attesa che chiamino il mio volo, vedo un tizio che parla con un addetto alle informazioni. Il tizio ha un volto noto. Non quello delle informazioni; quello delle informazioni ride, l'altro gli parla e quello ride, ride, ride. E io mi dico: ma dove l'ho già visto quello?
E poi, improvvisamente, l'epifania.

La copertina era diversa, ma non la trovo sul web. Oh, siete pignoli, eh?
Traggo dalla valigia la VHS del Flying Circus con il Parrot Sketch e sì, è lui, è l'interprete della Lumberjack Song. Michael Palin. Il tizio che induce il dipendente di Gatwick a ridere a crepapelle è uno dei Monty Python, i Monty Python sono un pezzo della mia adolescenza (e anche del dopo, ma a quel tempo che ne so? ho diciannove anni, giro gli spinoni e sono un coglione!). La VHS del Flying Circus è uno dei regali per gli amici che ritroverò in patria. Così, balzo in piedi. Ho la videocassetta stretta al petto. Tentenno fino a Michael Palin.

Che momenti.


-Excuse me? -gli dico.
Lui mi guarda e sorride. Io mi paralizzo. Non so che dire. Muovo lentamente le mani in avanti, portando alla sua attenzione la VHS. Gli chiedo qualcosa tipo se è proprio lui.
-Yes -dice.
Sono felice. Ho diciannove anni, sono un coglione, gli spinoni, Londra, gli amici, le sterline, il ritardo, l'aereo, ciò che mi sono lasciato alle spalle, ciò che mi attende in futuro, tutto si congela e sono felice.
Gli chiedo se mi può fare un autografo. Acconsente di buon grado.
Non ho la penna.
Gli dico Ok, un secondo, prendo una penna. In sottofondo si sente un messaggio diffuso dagli altoparlanti, ma io ci presto attenzione, secondo voi? Figurarsi.
Corro verso i miei bagagli, rovisto, trovo una penna, mi cade, la raccolgo, mi volto, quanto tempo è passato -cento anni, duecento, un minuto? Michael Palin è dentro un ascensore con una tipa giovane, carina e molto alta. Corro, di nuovo, verso l'ascensore, con la mia VHS e la penna. A pochi passi dalle porte scorrevoli accade l'irreparabile. Si chiudono. Così, davanti a me.  
Vaffanculo, porte scorrevoli.
Lui, Michael Palin, da dentro l'ascensore mi guarda con un'espressione dispiaciuta, inclina la testa di lato e fa spallucce. L'ascensore si allontana. Che poi non era proprio un ascensore, era un trasporto per raggiungere il gate.
Lo guardo allontanarsi oltre i vetri .
Resto lì, con la mia VHS, la mia penna, e la mia faccia da pirla, la faccia di un bambino al quale hanno appena detto che Babbo Natale non esiste.
Torno a sedere. Rimetto le cose nella valigia.

Per un po' resto contrariato. Voglio dire, ero a un passo. Un passo, accidenti. Però a ripensarci è stata una bella occasione. Ho incontrato uno degli idoli della mia adolescenza (ehm) e abbiamo scambiato qualche parola. Ho avuto modo di vedere che è una persona piacevole, disponibile, che è ancora apprezzato...

Quando sono giù, i Monty Python continuano a essere un buon rimedio. Ne ho scritto pochi giorni fa su Week News Life, si riuniranno per una serie di spettacoli a Londra a luglio. Andrò con alcuni amici a vedere la diretta streaming dell'evento in uno dei cinema della Nexo Digital (credo a Torino). E mentre assisterò allo spettacolo di questi vecchietti geniali, penserò ai miei giorni londinesi, a un pezzo di vita passata che mi è rimasta dentro, a un mattino in aeroporto e a un incontro fortuito che vale forse più di mille scarabocchi su un foglio. 


martedì 3 giugno 2014

True Detective: per lo Spettatore Occasionale è ROBA GROSSA

Quando Di Caprio ha perso l'Oscar (perché siamo umani, e quindi non è che semplicemente non ha vinto, è che HA PROPRIO PERSO, checcazzo) è successo tutto un sommovimento di robe su internet, tutto un proliferare di simpatici sberleffi al biondino. Tipo questo qua:

 


Ah aha ha ah ah ah aha ahaaahahhaa. 
Matte risate, nevvero? 
In ogni caso, a vincere è stato Matthew McConaughey con Dallas Buyers Club. Sarà stato bravo in questo film? Sarà stato più bravo di Leo? Sarà stata una statuetta meritata? 
Io penso che Di Caprio sia un buon attore. Sul serio. Però Matt è un altro pianeta. Ma proprio un altro pianeta lontano lontano lontano, roba che nemmeno Star Wars era così lontano (nello spazio e nel tempo). Se non mi credete dovete guardare True Detective.

 

True Detective è una serie ideata da un genio di nome Nic Pizzolatto, prodotta dall'americana HBO, iniziata il 12 gennaio scorso e terminata il 9 maggio. Otto puntate che seguono, in un arco temporale di diciassette anni, le indagini di due sbirri (poliziotti non rende) alle prese con una serie di delitti rituali attribuiti a un unico serial killer. Matt interpreta uno dei due detective, Rust Cohle. Il suo partner è Woody Motherfucking Harrelson. Non conoscevate questa serie? Siete quelli che La TV fa schifo? Bravi, continuate così, otto più.

Che dire di un tale capolavoro? Innanzitutto questo: affidare gli otto episodi a un solo regista è stata una scelta illuminata. Non parlo solo di continuità dello sguardo, di scelte estetiche coerenti e mai banali, ma di unità di stile. Sommiamo a questo una fotografia eccellente, location azzeccate, un plot che ha echi de Il silenzio degli innocenti, per certi versi Angel Heart e un certo cinema di genere thriller di grande qualità e otteniamo una base eccellente. E lasciatemi dire che Cary Fukunaga non solo ha i numeri, ma sentiremo parlare di lui in futuro. Perché un regista che allestisce un piano sequenza di 6 minuti (ripeto SEI MINUTI) al termine della puntata di mid season (1x04) e che tale piano sequenza segue un assedio in un quartiere di spacciatori con sparatorie, fughe, spostamenti da una casetta all'altra senza una sbavatura una (ripeto SENZA UNA SBAVATURA CHE SIA UNA) è un Regista con la R maiuscola e forse pure con la E, la G, la I e la STA maiuscola. 'Sta mazza, gente, anche solo quella scena, estrapolata dal contesto narrativo, è un capolavoro a se stante. È Cinema in TV. Cinema di qualità, cinema di grande tecnica, cinema PUNTO.

Vedi alla voce ATTORI DELLA STRAMDNN


Il cast è impeccabile. Woody e Matthew offrono il meglio del loro meglio. Ci sono (se ben ricordo) tre segmenti narrativi distribuiti nell'arco di 17 anni; abbiamo quindi i personaggi introdotti nel momento finale della storia, con una serie di incontri con altri agenti durante i quali ripercorrono le tappe della loro vecchia indagine. Un secondo momento li vede nella rievocazione della prima fase del loro lavoro insieme. Infine abbiamo una stagione di mezzo, durante la quale il rapporto tra i due si incrina sino a spezzarsi (no spoiler, tranquilli, viene detto praticamente da subito). L'evoluzione dei personaggi è resa in maniera magistrale dal dinamico duo sunnominato. Ed è Matt che sfodera l'interpretazione definitiva, capace nella puntata conclusiva di mostrare una trasformazione radicale del personaggio senza scadere in facili eccessi e senza servirsi di fastidiosi cliché, ma riuscendo a innestare il cambiamento nella dinamica del personaggio, rendendo il tutto naturale e credibile. Non è poco. Sticazzi.

"E dovevate vedere la sua faccia quando hanno letto il mio nome e non il suo alla Notte degli Oscar... Ffffffffuuuuui, com'era incazzato!"

Insomma, non intendo aggiungere altri dettagli (ok, solo questi: Serial Killer a sfondo satanico, The King in Yellow, Ligotti, Pezzi Grossi invischiati, una Lousiana da incubo), perché scoprire episodio dopo episodio che cosa abbia da mostrare TD è un piacere. Lascio a voi il gusto di percorrere le strade che percorreranno i nostri compari. Immergetevi in una serie come ce ne sono davvero poche. E, se vi va, parliamone nei commenti! Mi piacerebbe moltissimo discutere con voi dell'ultimo scambio di TD, un dialogo che ho trovato catartico, eccezionale, una chiosa carica di speranza e priva di retorica. 

Insomma, guardate True Detective, non ve ne pentirete. Parola dello Spettatore Occasionale!

lunedì 26 maggio 2014

#Cazzatecomelavita 2: Il misterioso mistero del portafogli scomparso

Un paio di settimane fa mi trovavo a Finale Ligure con la la mia ragazza e il nostro cane (che di nome fa Giove). Allego foto di quest'ultimo.

No, non sto dormendo. Sto solo riposando solo gli occhi.

Non so se avete presente come funziona la faccenda, ma se sei al mare in Liguria e hai un cane o non vai proprio in spiaggia (causa multa), oppure cerchi un'area attrezzata. Area attrezzata che, ovviamente, non è gratuita, ma costa (vado a memoria) 3 € per l'ingresso del cane, a cui devi sommare il costo di sdraio e ombrellone (6 € per sdraio) oppure lettino e ombrellone (8 € per lettino). Ricapitolando: siamo in giro per Finale, ultimo giorno del nostro soggiorno, primo giorno soleggiato, decidiamo di andare nella spiaggia attrezzata per i cani e investiamo 15 € per la sistemazione.

Giove è molto lieto della faccenda: stringe amicizia con dei bambini, cerca di giocare con altri cani, si incuriosisce per la schiuma prodotta dalle onde sul bagnasciuga, tutto bellissimo. Il sole va e viene. C'è un vento allucinante. Leggo Infinite Jest di Wallace, comprato il giorno prima in una libreria del posto.
Romanzo eccezionale, detto tra noi.
Comunque, tutto fighissimo, prendiamo il sole, cazzeggiamo, pranziamo con amici, ci concediamo ancora un paio d'ore di sole dopo pranzo, poi si va via.

Facciamo due passi in centro, la mia ragazza vede qualcosa che le piace in un negozio (perché le donne vedono SEMPRE qualcosa che piace loro in un negozio, e potete scommettere che il negozio in questione non è una ferramenta né un negozio di elettronica), che faccio -lo prendo o non lo prendo? 
Lo prendo.
Dov'è il tuo portafoglio?
Esatto: Dov'è il mio portafoglio?

Segue panico.

Orco boia! (cit.)
La seccatura più grande quando smarrisci il portafogli è l'ansia che ti assale al pensiero che tutta la malavita europea ora abbia in mano la tua identità e il tuo conto corrente bancario. Voglio dire, non sono Rupert Murdoch, e non vado in giro con informazioni militari riservate o robe del genere... cazzo mi possono rubare? Però quello è il pensiero. Quello, e la prospettiva di dover fare denuncia di smarrimento.
Documenti, soldi, bancomat, tessera del supermercato, badge del lavoro... La prospettiva della denuncia di smarrimento atterrisce... Ripercorriamo i nostri passi. L'avrò lasciato nel locale dove abbiamo pranzato? L'avrò perso in spiaggia? Mi sarà scivolato per terra durante la passeggiata pomeridiana?
La situazione si complica.
Decido di correre sino alla spiaggia attrezzata, la mia ragazza e Giove restano indietro, mi dicono Vai e torna vincitore. Corro, arrivo alla spiaggia e solo in quel momento mi ricordo di aver lasciato a casa (a Finale) il telefonino in carica. Quindi sono senza portafogli e senza cellulare. E senza chiavi di casa. Un uomo perduto. Un uomo senza identità, senza collegamenti con il mondo civile, un reietto, un paria, un signor nessuno.

Corro in modo scomposto sulla sabbia, raggiungo la sdraio che occupavo e lì, in piedi, mi attende un tizio.
Stai cercando il portafoglio?, mi fa. Il ragazzo qua -indica una sdraio vuota, una ragazza in piedi, un bambino e un pastore tedesco -l'ha trovato e l'ha portato alla Caserma della Guardia di Finanza.

Il sollievo. Il sollievo frammisto allo stupore, il tutto annaffiato dallo smarrimento e dalla perdita di tutte quelle artificiali certezze secondo le quali -per farla breve -HOMO HOMINI LUPUS.
Homo Homini Lupus il cazzo, dico io.
Con le scarse forze residue di un trentaseienne sovrappeso corro verso la caserma della GdV (ubicata esattamente DIETRO la spiaggia attrezzata per i cani) e lì, finalmente, incontro il mio benefattore.
I militari tessono le lodi di costui, e ne hanno ben ragione. Non manca nulla di nulla, nemmeno uno scontrino. Tutte le carte che fanno di me la persona che sono nella società civile sono lì, appoggiate su una scrivania. E lui, questa persona onesta e trasparente, se ne sta lì seduto tranquillo, trattenuto dalla necessità burocratica di fare una postilla alla denuncia con la quale viene messo nero su bianco che la parte B (altrimenti detta IL COGLIONE CHE HA PERSO IL PORTAFOGLIO) interviene in fase di stesura del verbale per ritirare il bene smarrito che la parte A (IL LATORE DEL BENE SMARRITO, altrimenti detto IL CALIFFO) consegnava ai militari poco prima.

E ora un intermezzo musicale (non ha nulla a che fare con la vicenda, ma è pur sempre un gran pezzo):



E questo per dire che l'umanità non è così corrotta e senza speranza come spesso viene dipinta. In ogni caso, alcune considerazioni.
  • Il ragazzo in questione (iniziali GVF, non so se apprezzerebbe una citazione diretta) è del Toro. Come me. Quindi tendenzialmente i tifosi del Toro sono dei califfi e delle persone oneste. Alcuni tifosi del Toro sono dei minchia che perdono portafogli quando sono in villeggiatura (ogni riferimento a persone o fatti bla bla bla)
  •  Se il ragazzo in questione, tale GVF, fosse entrato nel campo visivo di mio nonno, avrebbe innescato nel vegliardo questa serie di pensieri: Tatuaggi, Catenazza al collo uguale Assassino omicida psicotico STARE ALLA LARGA. E invece il nostro è un padre di famiglia, con un figlio timido ed educatissimo, un pastore tedesco di un anno e un comportamento irreprensibile. Quindi PUPPA all'equazione Ti vesti in modo pittoresco UGUALE Sei un uomo di malaffare. Giudicare dall'aspetto è una MINCHIATA. Lo diceva anche Frank-N-Furter.
  • A volte le cose possono anche finire bene. In maniera inaspettata, ok, in maniera rocambolesca e bizzarra... Ma succede. 
  • Durante la compilazione della denuncia, uno dei militari dice qualcosa circa il fatto che è raro trovare persone oneste come GVF. Al che GVF di rimando fa: Se non insegno qualcosa a mio figlio adesso che ha sei anni, quando lo faccio? Mi sono metaforicamente levato il cappello.
In fondo sono le cose più semplici ad apparire straordinarie, se avvengono in un mondo in cui la normalità non esiste più; o, per meglio dire, in un tempo in cui la normalità è considerata qualcosa di ingiusto e aberrante. GVF ha fatto la prima cosa che gli è passata per la testa, perché alternative per lui non esistevano. Non esisteva l'opzione me lo tengo io, non esisteva l'opzione chi se ne fotte. C'era una sola strada da percorrere e lui l'ha imboccata.
Esagero? Non esagero?
E che devo fare, rispondermi da solo? Me le canto e me le suono? Ma no, non farò così... prometto.
Prometto e concludo.

Una frase mi è rimasta in mente: Se non insegno qualcosa a mio figlio adesso che ha sei anni, quando lo faccio? Si dice che non esista insegnamento migliore dell'esperienza diretta. Io agisco bene, tu assisti al mio comportamento retto, tu impari la correttezza. Senza scomodare la metafisica, la religione, concetti filosofici o altro, ritengo che vivere civilmente in società significhi anche coltivare minuscoli comportamenti onesti, piccole azioni fatte mettendo un bene esterno al proprio al primo posto.
Questa è la scintilla che innesca il cambiamento. Un piccolo gesto dal sapore profondamente simbolico.

Reduci da giorni e giorni e giorni in cui la cosa più leggera e simpatica che ho sentito (e letto) in giro era un insulto personale al presidente della repubblica italiana pronunciato da un cantante che qualche anno fa pronunciava ripetutamente all'interno di una canzone la parola PENSA, mi tengo stretto questo episodio. Mi induce a pensare che la normalità è possibile, fino a che esisterà qualcuno capace di fare non già la scelta più semplice, o quella più egoista, o quella che lo metta in luce in maniera particolare o gli fornisca un tornaconto immediato... ma soltanto quella giusta.

giovedì 22 maggio 2014

Lo Spettatore Occasionale se la fa con GODZILLA

Causa vicissitudini che non sto a raccontarvi (c'è #Cazzatecomelavita per quello), soltanto ieri sera sono riuscito ad andare a vedere Godzilla, ultima fatica del prode Gareth Edwars.

Godzilla parla di un grosso mostro verdastro che si risveglia dal letargo per spaccare modellini di città. 



Dammi il cinque, Belli Capelli!


Ok, non è proprio così, proverò a diventare un po' serio. 

Serious Mode ON

Difficile parlare di Godzilla. La sua storia cinematografica inizia nel 1954 con Gojira di Ishirô Honda. Chiara metafora dell'orrore nucleare di Hiroshima e Nagasaki, l'incarnazione iniziale della creatura è spaventosa. Godzilla è un gigante il cui unico scopo è seminare distruzione. In un mondo scivolato nel caos, in un periodo storico che portava ancora i segni dell'incubo atomico, il lucertolone che viene dal mare rappresenta la vendetta della Natura sulla deviata Cultura umana. La pellicola di Honda ha la forza allegorica del più sentito monito antinucleare. 
La prima fase di Gojira, dunque, è quella di minaccia. In seguito, sia per esigenze commerciali che per appagare un pubblico che si scopre affamato di film di mostri, la natura del kaiju cambia. Non è più un semplice titano vendicatore, ma un protettore dell'umanità (primo titolo a mostrare questo cambiamento San daikaijû: Chikyû saidai no kessen del 1964, sempre di Honda, titolo che segna la nascita della nemesi di Godzilla, l'alieno tricipite King Ghidorah). Le due nature del Kaiju (minaccia/protettore) si alterneranno nel corso del tempo, a volte separate da una linea tanto sottile da risultare quasi invisibile. 

Edwards, alla seconda prova in cabina di regia, si assume oneri e onori di riportare in america il portabandiera della Toho, dopo la scampagnata del 1998 firmata da Emmerich (che a posteriori possiamo dire facesse veramente, ma veramente schifo) (toh, l'ho detto). Il precedente Gojira made in USA non era esattamente canonico: niente fiato radioattivo, nessun rispetto per il design classico, tono scanzonato e storia piuttosto debole. Riuscirà il nostro giovane regista indie a riavvicinarsi alla tradizione proponendo al contempo qualcosa di nuovo e ispirato?

Forme d'Arte.


Sì e no.

Velocemente, la trama: Joe Brody perde la moglie durante un terremoto. I due lavoravano presso la centrale nucleare di Janjira in Giappone. Non convinto delle spiegazioni fornite circa l'evento, Brody inizia a indagare per tentare di capire che cosa abbia originato le scosse: esse infatti parevano ripetere uno schema, quasi un segnale, e non sembravano normali scosse telluriche. Quindici anni più tardi suo figlio Ford lo raggiunge nei pressi di Janjira, dove è trattenuto per violazione della zona di quarantena. Insieme scopriranno l'origine del terremoto, e saranno testimoni della resurrezione di una gigantesca creatura del passato. Tale creatura inizia a seminare distruzione, mentre un antico predatore dormiente sta per tornare a caccia, richiamato dalla presenza del mostro radioattivo: è Gojira, pronto a porre fine alla minaccia del MUTO (Massive Unidentified Terrestrial Organism). Lo scontro tra le creature metterà a repentaglio la città di San Francisco, dove Ford in una disperata lotta contro il tempo tenterà di ricongiungersi con moglie e figlio.

La regia è solida. Edwards sa come costruire un'inquadratura, quale movimento di macchina sia meglio utilizzare per valorizzare le riprese, come trarre il massimo dagli attori che ha a disposizione (Walter White su tutti). La fotografia affidata a McGarvey (The Avengers, Anna Karenina, Espiazione) è opaca, desaturata, cupa. L'accompagnamento sonoro propone citazioni delle musiche originali del Gojira di Honda e nuove composizioni, simili nel tono. La prima parte del film sembra raccogliere l'eredità di Jurassic Park: suggerire la presenza dei mostri poco per volta, svelandone particolari prima di concedere una visione d'insieme. A Spielberg si rifa anche la dinamica della narrazione, tanto che alcuni passaggi sembrano provenire da un prodotto Amblin. 
Veniamo al piatto forte, Gojira. Cento metri di lucertolone con le scaglie. Il mostro voluto da Edwards è prima di tutto un animale; ciò comporta alcune conseguenze. Prima conseguenza, si stanca. Sul serio. Tipo che dopo aver combattuto sviene. Non sto scherzando. Seconda conseguenza, le movenze che ha appaiono naturali, cioè sembra appartengano a una creatura vivente. Terza conseguenza, Godzilla perde qualche oncia del proprio carattere di inarrestabile forza della natura. Va bene, combatti, sei forte, spacchi tutto... ma svieni. Ti stanchi. Crolli. Non sei poi quel Dio distruttore che sembravi...
Gojira è protettore della natura, dell'ordine, dell'equilibrio... eppure è troppo "animale" per incarnare quello spirito soprannaturale che permea le sue precedenti incarnazioni. 
Le debolezze del film non si fermano qui (purtroppo). 

La trama è davvero esile, e le due parti in cui è divisa la pellicola hanno toni e ritmi troppo diversi. La prima metà è incentrata sul creare tensione, preparare l'arrivo del titular character e progredisce con studiata lentezza. La seconda parte è più fracassona, ma viene penalizzata dalla scelta di concentrare negli ultimi venti minuti l'azione delle creature. L'azione umana è ben girata, certo, ma non offre nulla di davvero rivoluzionario. Perché? Perché, purtroppo, i personaggi sono piuttosto esili. Ma proprio tanto. 



 
Evidenziati gli aspetti deboli della pellicola, veniamo ai punti forti.

[Potrebbe contenere SPOILER]

Ora scriverò una cosa che sembrerà contraddire quanto scritto qualche paragrafo sopra: Gojira è impressionante. La prima volta che compare sullo schermo in tutta la sua imponenza è davvero un momento epico: inquadratura a salire che sottolinea la scala della creatura, e infine il ruggito... qualcosa che esplode, raggela, pietrifica. 

E mo' soccazzi.


Il MUTO che si ritrova trova davanti il nostro lucertolone sembra pensare una roba tipo: Com'è umano lei. Glielo si legge in quella sua meravigliosa faccetta a mezza via tra un insetto e un alieno. 
Il reparto FX e CGI ha fatto un lavoro memorabile. La distruzione (vera protagonista del film in termini di minutaggio) è sempre credibile. La desolazione è diffusa e trasmette un senso di impotenza, nessuno può arrestare la Natura, incarnata da queste creature che se le danno di santa ragione. 

Proprio come il precedente Monsters, Godzilla sceglie il punto di vista umano nel mostrare un mondo alieno: siamo noi che dal basso osserviamo questi Dei selvaggi e inarrestabili, noi che proviamo a fermarli senza riuscirci, noi che ci arrendiamo di fronte all'inevitabile. Anche tutta la faccenda della bomba atomica mette in luce la casualità di ciò che accade: si possono fare mille dettagliatissimi piani, ma c'è un mondo intero che è pronto a mostrarci la nostra reale statura, pronto a radere al suolo le nostre immense città, restituendoci al ruolo di ospiti che troppo spesso dimentichiamo di interpretare. In ciò, forse, Edwards eccelle: nel dipingere la sconfitta della Cultura di fronte alla Natura. E in questa luce il finale apparentemente consolatorio è uno sfregio. Godzilla spegne la minaccia dei MUTO, ma poi se ne va senza badare a uomini, armi, città. Se ne va perché noi per lui non contiamo nulla.

Che altro dire? Il lucertolone se la cava bene, è un po' troppo "gracile" rispetto al canone nipponico, ma è pur sempre un degno erede della tradizione cui si ispira. Quello di Emmerich era una femminuccia in confronto a questo. 


Ve la ricordate la scena di Godzilla (1998) in cui il protagonista fa il test di gravidanza al mostro e scopre che è incinta? Ecco. Qua non succede niente del genere.

In conclusione, se amate i kaiju movie con un'anima non rimarrete delusi. Certo, è un film con difetti e cose che faranno storcere il naso, ma visivamente è d'impatto, non annoia e intrattiene sino alla fine. 

Se volete approfondire, alcune letture interessanti sul lucertolone:


I 400 Calci: Godzilla, mostrologia
I 400 Calci: Godzilla, recensione
Doc Manhattan recensisce Godzilla
Wikipedia ti spiega tutto di Godzilla
Il Blogger Occasionale in versione seria parla delle fonti di ispirazione di Edwards

E ora i saluti!



martedì 20 maggio 2014

Il Blogger Occasionale si pone domande su...


Ok.
Magari sono io.
Sicuramente sono io.
Quello che ha dei problemi, intendo.

Anyway.

Ci sono queste persone che caricano video su Youtube, video di loro stessi medesimi pirsonalmente di persona alle prese con una nota bevanda gassata, caramelle al gusto menta più varie ed eventuali.
Nel caso in questione, un preservativo e una crema spalmabile al cioccolato di un'azienda dolciaria arcinota con sede ad Alba, Cuneo, Piemonte, Italia, Europa, Terra, Sistema Solare, Via Lattea (casomai qualcuno leggesse da un punto imprecisato dell'outer space).
Le cose vanno in questa maniera: i nostri impavidi videomaker inseriscono le caramelle dentro la bevanda gassata, sigillano la bottiglia e attendono che tutto esploda in un geyser di liquame appiccicoso.

[NOTA PER ME: rivedere il passaggio "attendono che tutto esploda in un geyser di liquame appiccicoso", perché ho come la sensazione che possa essere frainteso]

Molto bene.
La mia domanda è:
Perché?

La cosa più sconvolgente di tutte tutte tutte è il pathos che tali filmati contengono. Non ci credete? Vediamo il nostro amico in alcuni momenti topici dell'esperimento:

Vedi alla voce PATHOS (e anche TUBO NASCOSTO)



Orco boia!


Tu chiamale se vuoi -esplosioni (di bevanda gassata + caramelle + crema spalmabile + preservativo)
Perché questo tizio pittoresco ha realizzato il record mondiale di coca+mentos+robe_varie uguale BOOM. C'è una disciplina, a quanto pare. Mi immagino gli allenamenti. Estenuanti sessioni di pasticche nella coca. Fiotti di schiuma. Momenti di disperazione, quando l'esplosione è moscia, quando il getto non raggiunge l'altezza o la pressione desiderate. Episodi di grande umanità, quando il vecchio cocamentosista dà una pacca sulla spalla al giovane allievo alle prese con un'esplosione loffia. "Verrà il giorno in cui macchierai il soffitto, ne sono sicuro". Pianti. Gioie e dolori. Fulminee intuizioni: "E se ci aggiungessi la NUTELLA?". Trepidante attesa, quando il beniamino delle folle svita il tappo e infila la mentos.

Va bene, davvero, è stimolante e per certi versi epico... ma perché?

Ci sono anche delle varianti. Quelli, per esempio, che la reazione chimica la attuano all'interno della propria bocca, con questo risultato:

E questo è un 8! La folla è in delirio!
Che arguto passatempo, non trovate?
E infine ci sono le leggende metropolitane: tipo che un ragazzino in Brasile sarebbe morto dopo aver ingerito mentos e coca. Esplosione nello stomaco. Tipo Kenshiro. Oppure il Sig. Creosote.

Viral Video. Un mistero. E poi un mistero nel mistero: questi tizi in fissa con le mentos, la coca, la schiuma, lo sbocco, i tubi nella coca cola...
Vabbè. No, davvero, era solo per mettervi a parte di queste vicende bizzarre.
Comunque ora una cosa mi è chiara. Coca e Mentos, se assunte insieme, posso provocare dei danni incredibili.
Ora vi metto la foto di un tizio che ne consuma in abbondanza sin dall'infanzia.
Guardate che cosa può causare in un essere umano questa pratica bislacca e dannosa:

Com'è già che mi chiamo io?

PS

Perché?