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lunedì 10 marzo 2014

Lo Spettatore Occasionale al Cineocchio di Alba. La Vita di Adele, parte 1 e 2

Nella ridente città di Alba si tiene annualmente una rassegna cinematografica. Tale rassegna si intitola IL CINEOCCHIO. Roba di Dziga Vertov, per intenderci.
Quest'anno, lo Spettatore Occasionale ha preso la decisione di fare la tessera e si è imbarcato nell'impresa di vedere (quasi) tutti i titoli proposti. Con il ritardo che gli si addice, il vostro impavido blogger fornirà una personale recensione dei film visti (dei quattro proiettati sinora, mi fermo colpevolmente a due). 
Iniziamo con La Vita di Adele, capitoli 1 e 2 di . Trionfatore del Festival di Cannes 2013, pellicola di apertura del Cineocchio di Alba, questo film ha colpito il cuore occasionale dello Spettatore -sapete come prosegue. 




Sinossi per chi non ne sapesse nulla.
Adele, adolescente francese, vive a Lille e conduce un'esistenza opaca, sino a quando incontra Emma; con lei imparerà che cosa significhi passione, che cosa sia l'amore, che cosa voglia dire crescere e, impresa più ardua di ogni altra, a quale prezzo di possa giungere all'accettazione di sé.
Se pensate che queste sbrigative righe siano troppo vaghe, non vi preoccupate: ora scenderemo nel dettaglio e saprò annoiarvi come al solito!

Kechiche trae ispirazione da una graphic novel di successo; si discosta sin dal principio dalla fonte, scegliendo di non concludere la vicenda con la morte della protagonista e di non impostare la narrazione in forma di flashback. Ciò che interessa a Kechiche è l'incontro di due mondi, senza elementi melodrammatici che ne appesantiscano le dinamiche.

Le prime inquadrature rendono evidente la scelta del regista: il centro di gravità del film è e rimarrà Adele. La porta si apre e la macchina da presa si incolla ad Adèle Exarchopoulos, senza cedere né allontanarsi mai. Lo sguardo è su Adele (attrice e personaggio), costi quel che costi, senza censure, remore o pudori. Che si tratti di mangiare, scopare, piangere, cantare, Kechiche investe tutto nei primi piani, nell'espressione smarrita di Adèle, nella sua prorompente sensualità, nella sua disarmante fragilità. Il percorso che compie è un movimento che dalla scoperta di sé porta allo smarrimento, e dallo smarrimento alla riaffermazione della propria individualità. 
Adèle scopre di essere diversa perché non condivide con le proprie coetanee frivolezze e desideri. Non c'è passione nella sua prima volta con un ragazzo, soltanto imbarazzo e un senso di insoddisfazione. Nella scoperta della propria omosessualità Adèle incontra l'ennesima complicazione, l'ennesimo ostacolo che sembra condannarla a un'esistenza solitaria. Il tutta la prima parte del film, il capitolo 1 al quale il titolo allude, c'è una grande compressione dei tempi: il tempo degli eventi è limitato a uno spazio di giorni, forse settimane. L'implosione del ritmo scandisce gli avvenimenti quasi fossero infiniti. È un percorso fatto di eventi chiave per la vita della giovane: prima viene delineato l'ambiente all'interno del quale è cresciuta, con poche immagini e dialoghi scarni. Una famiglia che condivide i pasti con quiz televisivi, in silenzio; gli unici dialoghi vertono sul cibo, poco altro. La scuola, con la rappresentazione disincantata di giovani alle prese con un mondo che tentano di capire; personaggi comuni, protagonisti di vite comuni. Ci sono le classiche dinamiche del branco, con un affresco femminile ammantato di crudeltà. Gli adulti, genitori esclusi, sono rappresentati da insegnanti che sembrano ora motivati, ora semplici impiegati intenti a ripetere qualcosa in maniera meccanica. Il regista dissemina la rappresentazione della scuola di elementi che ritorneranno nel dipanarsi della vicenda: accenni alla Tragedia ("l'individuo posto di fronte all'ineluttabile"), ai romanzi di formazione, a definizioni artistiche di Amore. 
L'incontro con Emma, colei che sembra essere ciò che Adèle cerca, scompagina le carte, introduce il blu nel film e fa accelerare la vicenda. Dall'incrocio per strada al sogno, all'incontro in un locale gay, sino all'appostamento davanti alla scuola, Emma assume le proporzioni di un idolo, il cardine intorno al quale la vita di Adèle è destinata a girare.
Nell'esplosione dei sensi (lo sguardo, il tocco, la vista, il sesso) Adèle ed Emma si incastrano, si compensano, si completano; nella costante ricerca di cesellare i due personaggi in un quadro più ampio, Kechiche disegna un rapporto speculare tra le famiglie delle ragazze: ci sono i borghesi con pretese intellettuali, mamma di Emma e compagno, e i semplici, pragmatici genitori di Adèle. Gli uni e gli altri appaiono inadeguati, smarriti, trincerati dietro maschere che generano distanza tra loro e le figlie. La passione diviene centrale, con scene di sesso esplicite, nessun suono extradiegetico, solo corpi e sospiri. Lo sguardo non è mai pornografico in senso stretto, è semplicemente coerente con l'assunto di base. Il centro di gravità del film è Adele, non importa che cosa faccia, con lo stesso desiderio di completezza si mostrano il sonno o la passione.

Tra il primo e il secondo capitolo il solco è profondo.

Ci ritroviamo presumibilmente anni dopo il loro incontro; Adèle cucina. Assistiamo a un party a casa di Emma e Adèle; ormai sono una coppia, vivono insieme. Appartiene al passato quell'Adèle che mentiva ai genitori per consentire a Emma di dormire in casa loro, definendola "amica". Se il primo capitolo faceva della compressione la cifra temporale del ritmo, il secondo accelera esplodendo il tempo. I pochi giorni della parte iniziale, divengono mesi, anni in questo capitolo. Se l'oggetto della capitolo 1 era la scoperta di sé attraverso i sensi, ora assistiamo alla progressiva perdita di quel fuoco, allo spegnersi della passione, alla deriva di una relazione tra opposti che prelude a una dolorosa separazione.

Adèle aveva incontrato Emma per la prima volta in una piazza affollata. Il colore blu dei suoi capelli cattura lo sguardo, la disinvoltura con la quale esibisce la propria omosessualità sbalordisce e confonde. Quando Emma e Adèle si incrociano, scambiano qualche parola, iniziano a frequentarsi, la relazione si fonda su una reciproca ossessione. Una fascinazione totale, quella di Adèle per Emma; un magnetismo sensuale ed estetico, quello esercitato da Adèle su Emma. L'ossessione evolve nel succedersi degli atti: in Emma la passione diventa ispirazione, in Adèle si trasforma in necessità. Quando l'equilibrio si spezza, quando Emma non si accontenta più di una Adèle che sacrifica tutta se stessa sull'altare del loro amore, riducendosi a oggetto di contemplazione e poco altro, la rottura è inevitabile. Adèle cerca conforto tra le braccia di un collega, Emma la caccia di casa, Adèle smette di muoversi.


La metamorfosi dei personaggi costruisce ribaltamenti. La semplice Adèle, che coltivava il sogno di insegnare ai bambini, vive la realizzazione del proprio progetto di vita con la tensione data dalla solitudine; Emma, che in Adèle aveva trovato una compagna e una musa, si butta in una nuova relazione e ricomincia a vivere. Nel continuo gioco di apparenze e illusioni, nessuna delle due protagoniste riesce a sciogliere il legame che ha con l'altra. Inutile lasciar passare del tempo, inutile vivere esperienze, nascondere la verità a se stesse: il marchio che hanno dentro le rende complici e unite, e sembra essere un vincolo indissolubile. 

Tutto ciò che nel capitolo 1 era mostrato ed esplicito (vicinanza, sesso, comunione) in quest'altra faccia della medaglia è relegato a una dimensione più intima. Adèle vive l'attesa di una riconciliazione senza rendersi conto di avere una vita che prescinde da Emma. Non ci sono dialoghi che rendano manifesto tutto ciò, perché il travaglio è negli sguardi, nei silenzi, nel pianto, nell'abbandono. 

Quando l'incontro avviene, quando Emma e Adèle tornano a vedersi dopo mesi, tutta la tensione è sull'asse Adèle - Emma. Pur essendo causa della rottura e vittima del dolore conseguente, è lei a mostrare la maggiore partecipazione. Emma è confusa, spaurita, debole. Adèle è forte nel proprio dolore, e quando tenta un approccio, inizialmente corrisposto, alla fine si scontra con il rifiuto dell'altra, e davanti a sé trova una persona cambiata. Non più l'artista con i capelli blu, ma un'opaca, conformista, comune donna che ha abbandonato quel che era per avere in cambio un'esistenza differente, in apparenza fin troppo ordinaria. L'ossessione di Emma è spenta; ora ha una famiglia, una compagna, una figlia. Un'esistenza normale, alla quale affianca un'esperienza artistica non più dettata dall'ispirazione, ma dalle precise richieste di chi le revisiona i lavori per renderli più vendibili. Ciò che resta del nucleo artistico del passato è l'immagine di Adèle.


Nel segmento conclusivo della pellicola, Adèle viene invitata all'inaugurazione di una mostra. Emma espone nuove opere. Adèle indossa un abito blu, si prepara, si illude, forse, e partecipa alla cerimonia.

Emma la accoglie con tenerezza, la osserva quando sono lontane, la tiene a distanza, quasi fosse consapevole del pericolo che rappresenta. Adèle contempla i quadri, in ciascuno di essi trova se stessa, trasfigurata, abbozzata, sempre centrale. L'ossessione si concretizza sulle tele: il legame è indissolubile? Il chiacchiericcio dei vuoti intellettuali che affollano la sala rende evidente che non esiste futuro, che non può esserci riconciliazione con Emma: i loro mondi sono distanti anni luce, la semplicità che Adèle sceglie come cifra di vita è incompatibile con la sovrastruttura verbosa e pretenziosa che tiene in piedi il mondo nel quale Emma s'è smarrita. 
La passione appartiene a un'altro tempo, forse, a un'età passata, o forse a persone che devono ancora essere incontrate, ad alchimie da sperimentare. 
Adèle, nel vestito blu scelto con cura per presenziare alla manifestazione, esce dal locale e si allontana, da sola. 
Non è una resa priva di speranza, nemmeno un gesto che conduca a insane follie d'amore non corrisposto: è la presa di coscienza finale che un capitolo si è concluso. Bisogna voltare pagina. 
La macchina da presa si ferma.
Lo sguardo ossessivo che ci aveva permesso di essere Adèle, ora la rende libera, ci rende liberi: con l'allontanamento della ragazza, una macchia blu sempre più distante, la vicenda trova la propria conclusione. 


Tutta la questione dell'omosessualità viene posta a latere. Non è centrale rispetto a un discorso che parla di formazione dell'individuo, di Amore, di scelte, di sconfitte, di perdita e di dignità; di che cosa significhi confrontarsi con le proprie debolezze e affrontare con determinazione le sfide che la vita ci pone innanzi, crescere, cadere, fermarsi, ricominciare.

In tale complessità di temi, le sollecitazioni sono molte. Quanto la vita ha da offrire occupa uno spettro ampio e frastornante: ogni passione lascia dei segni. Ma che vita sarebbe, se non avessimo la possibilità di portare i segni di ciò che viviamo? 

Il film di Kechiche mi ha coinvolto e convinto. Regia e fotografia, asservite ai volti che occupano per la maggior parte del tempo le inquadrature, esaltano interpretazioni magistrali, e consentono di entrare nel meraviglioso e irripetibile mistero di due individualità che condividono un pezzo di strada, poi si perdono, e infine, inevitabilmente, ricominciano da capo. 

La vita di Adele è un'esperienza che non può lasciare indifferenti. Date una chance a quest'opera: può essere un film difficile, faticoso, di certo non si dimentica facilmente. Inoltre induce a riflettere, pone domande, lascia spazio all'interpretazione: non è una cosa da  poco, considerata la tendenza all'omologazione alla quale il cinema va incontro da troppo tempo.

Vai, CINEOCCHIO! Siamo partiti bene! 

Prossimo post dedicato al secondo film visionato dallo Spettatore Occasionale: Gloria.

mercoledì 12 febbraio 2014

Capitan Harlock. Passabile, a parte la tagline.


Una delle cose più tristi dei film di avventura SF misti fantasy, con accenni cyberpunk, che al contempo indulgono in riferimenti al misticismo orientale, strizzando l’occhio al romanzo di cappa e spada senza scordare lo spirito spensierato delle scorribande dei pirati reinterpretatati in chiave romantica…

Ok, rifacciamo.

Il Futuro è già Passato. E vabbè, aspetterò il prossimo...





Appunto iniziale: la cazzo di tagline. “Capitan Harlock 3D. Il futuro è già passato”.
Come ti viene in mente di mettere una frase del genere? È una roba tragica, l’avrebbero scartata anche alla Perugina, è un po’ come dire: “Tutto quello che state per vedere sa un po’ di vecchio, è roba già vista, anzi, sapete che vi dico? Lasciate perdere, amici come prima”.

Comunque, settimane fa sono andato al cinematografo e l’ho visto.
Perché? Un po’ per nostalgia, un po’ per curiosità, un po’ perché il 3D mi sta sul cazzo e volevo una scusa ulteriore per denigrare questa bislacca tecnologia. NOTA: Il 3D in Capitan Harlock è veramente figo.
Accidenti.

Torniamo a noi.
Difficile pronunciarsi sulla pellicola in questione. Facciamo così, confrontiamola con Il Corvo. Ve lo ricordate? Alex Proyas che dirige la sparatoria durante la quale il figlio di Bruce Lee ci rimette le piume? Quella roba lì. Film tristemente noto per la dipartita dell’erede del Drago, per la computer grafica necessaria a riempire i vuoti da lui lasciati nelle inquadrature, per la violenza, il tono dark, la colonna sonora. Tratto da un fumetto indipendente di O’Barr, Il Corvo versione cinematografica incappava in un errore a mio avviso tragico: cercava di umanizzare il protagonista. Mi spiego meglio: mentre nel fumetto il tizio che torna dalla morte è un fottuto vendicatore inarrestabile capace di atrocità senza eguali, a un certo punto del film sembra che tutti i creativi coinvolti (regista, sceneggiatore, produttori) vogliano correre ai ripari e rendere più agevole per gli spettatori l’immedesimazione con lui. 
Perché a chi non è capitato almeno una volta di ritornare dalla morte per sistemare delle questioni in sospeso?
Tipo a mio cugino un mucchio di volte!
A me invece mai.
Ecco, appunto.

Se faccio gli occhioni ti immedesimi? Dai dai dai dai...


Nel tentativo di umanizzare il nostro zombie vendicativo, che cosa ti inventano questi filibustieri? Ti inventano che se gli accoppi il corvo (con il quale vaga per la città), lo rendi vulnerabile; così, se i cattivi si impegnano di brutto, lo possono ammazzare di nuovo. Capito? 
Sadici bastardi.
Se per tre quarti di film io parteggio per Eric, non è necessario che nell’ultimo quarto me lo fai sanguinare e morire di nuovo. È già morto all’inizio. Mi spiace per lui. Non ho il cuore di pietra, davvero, sto a posto così, non ammazzatelo di nuovo.
Il Corvo è un film che parla di una vendetta consumata dalla vittima di un omicidio brutale dopo la propria morte, non serve immedesimarsi, basta seguire le azioni del protagonista. Lo privano della vita, gli uccidono la compagna davanti agli occhi, lo privano di tutto, torna a calcare la terra e tu, spettatore, vuoi che i cattivi vengano puniti, fine della storia. Non serve umanizzazione, vuoi solo assistere alle scorribande di Eric e vuoi che il suo spirito trovi pace.

La serie di Matsumuto puntava sull'immedesimazione perché i personaggi erano umani e mortali. C'era un costante senso di rischio, di pericolo, di sacrificio e al tempo stesso l'aderenza a un codice morale; c'era la ricerca della libertà, la lotta contro l'ingiustizia e il Bene mai stanco di incrociare la lama con il Male.
Harlock 3D rispetto a The Crow commette l’errore opposto. Toglie la mortalità al Capitano, così, da subito, lo rende un ultracentenario immortale che ammazza con una certa disinvoltura chiunque rappresenti un ostacolo per la sua missione (SPOILER distruggere l’universo per permettere alla vita di rinascere da zero... una roba che te lo rende subito supersimpa). No mortalità, no party. Inutile il tentativo finale di correggere il tiro, ormai siamo salpati da troppo tempo e l’aggiustamento conclusivo ottiene più che altro un effetto di spaesamento. Se togli al Capitano la mortalità, spogli il suo sacrificio di qualsiasi impatto. Capaci tutti di fare i pirati dello spazio se tanto alla fine NON PUOI SCHIATTARE.

Tolto il 3D, il plot è piuttosto minimal, concede qualche strizzatina d’occhio ai fan nostalgici (Cap cha dialoga con il computer di bordo, se non avete visto la serie penserete che è un minchione…), butta lì giusto un paio di scenette strappalacrime, mostra azione alle volte un po’ ripetitiva, fa fare la doccia a Kei, perché mostrare Kei che si fa la doccia è un topos per quello sporcaccione di Matsumoto e alla fine se ne esce con un colpo di scena tipo Dark Knight Rises.
C’è tanta roba, troppa, messa insieme in maniera caotica e poco ispirata. Ah, poi Capitan Harlock c’è davvero pochino per un film che si intitola “Capitan Harlock”. 

Perché mi fanno sempre fare la doccia? Avrò un cattivo odore?


In estrema sintesi un giocattolone pretenzioso, non riuscitissimo, apprezzabile per certi spunti estetici, povero rispetto al materiale di origine.
Però il 3D è figo sul serio.
Mannaggia, ‘st giappi, se ci sanno fare col 3D. L’unico neo è che la profondità a un film non basta darla con il 3D. Ci vuole anche un pochetto di storia, approfondimento dei personaggi, e non guasterebbe una certa aderenza al titolo.
Sospendo il giudizio, e lo dichiaro passabile.

lunedì 10 febbraio 2014

The end, yo. Un'elegia dello Spettatore Occasionale per Mr. White


Mi sono sparato tutto BB in poco meno di un mese e mezzo, convinto dalle parole di Luotto sull'unico sito dell'Internet Intero che meriti davvero di esistere.

Il viaggio è terminato.

Quando succede, sei spinto a fare bilanci. Scrivo queste righe con in sottofondo Harvest di Neil Young, in una giornata di pioggia di un febbraio in fasce.
Il viaggio è terminato e il tempo dei saluti con esso. Però qualcosa è rimasto, dentro; una serie di emozioni, di suggestioni, di avvenimenti, un certo senso di colpa e un indefinibile desiderio di avere ancora la possibilità -per una sola volta, magari -di avere davanti Saul, Huell, Walter Jr. o Hank, Mike o Gus.
Quali farneticazioni sono mai queste, direte voi? Se ve lo state chiedendo, significa che siete rimasti fuori dal gorgo di Breaking Bad. Consideratevi fortunati. Fate un bel respiro. Guardatevi intorno. Pensate a chi vi vuole bene, pensate alle persone che amate, al vostro lavoro, al vostro mondo. Fatto? Ora prendete un po' di ...COLLA VINILICA, sniffatela e lasciatevi precipitare in un vortice di inganni, autoinganni, deriva morale, vittorie e sconfitte, vittorie con dentro sconfitte, abbandono, caduta e rinascita, rovina e riscossa, omicidi e leggenda.
Tutto questo è Breaking Bad.
Siccome non saprei come fare a parlarne senza svelare nulla, devo inserire uno SPOILER ALERT sin da ora. Quando ricomincerò a parlare in linea generale, verso il fondo, lo toglierò e, se vorrete, potrete continuare a leggere..
Un post a blocchi; partiamo con il primo.

mercoledì 13 novembre 2013

"I am Man (pausa) Borg", disse il nuovo idolo dello Spettatore Occasionale

Quando ho letto che questo film è costato 1.000 $, mi sono rannicchiato sotto una scrivania e ho pianto.
Ho pianto perché, se questa faccenda è vera, allora siamo tutti robetta e Steven Kostanski.è un califfo.


Amico mio, mi hai appena comprato
Manborg (2011) non è soltanto un film, è qualcosa di diverso: è la prova che fantasia e capacità possono sopperire alla mancanza di finanziamenti, che puoi infarcire una produzione di dollari senza necessariamente riuscire a realizzare qualcosa di rimarchevole. Se confrontiamo questa pellicola con un’altra dal budget decisamente superiore (per dirne una, Prometheus di Scott), ci rendiamo subito conto che non c’è storia. Manborg è un tripudio di trovate visive uniche, caratterizzato da un’estetica che è tutto meno che scontata, sorretto da una regia dinamica e citazionista, mentre Prometheus è una cagatella che inizia con DragonBall e finisce con Futurama.

E con ‘sta roba nera Lindelof ha rotto il cazzo. E prima mi metti il fumo nero in Lost, e mi sta bene. E poi il nespresso alieno in Prometheus, e passi. E ancora il sangue di Cumberbatch in Star Trek into darkness, nero pure quello: amico, senza offesa, ma hai davvero rotto the big C.

Il simpatico collettivo Astron-6 (entrato nelle grazie della Troma non per nepotismo, ci tengo a sottolineare, ma perché sono psicopatici e non fanno nulla per nasconderlo) intende omaggiare il cinema action SF anni ottanta, roba tipo Terminator o Robocop, inserendo citazioni che spaziano da Return of the Jedi, a Doom (intendo dire il videogioco, non il film con The Rock), a certe intuizioni del Verhoeven migliore, al Raimi artigiano degli esordi, a Burton prima che diventasse una macchinetta emo cacasoldi, alle aberranti avventure dei Power Ranger con i nemici gommosi, a Ray Harryhausen e a mille altre cose. La storia è semplice: una terribile guerra tra gli abitanti del pianeta Terra e le truppe infernali sconvolge l’umanità. Il protagonista è un soldatino al fronte, durante uno scontro con il leader dei malvagi (tenetevi forte: Count Draculon) perde il fratello e viene ucciso. Il corpo del nostro viene utilizzato per creare un Cyborg, Manborg, che si unirà a una varipinta masnada di ribelli e lotterà al loro fianco per porre fine all’impero del male.
Ora, considerata l’epicità del contesto, vi domanderete come minchia sia possibile aver girato una roba del genere con 1.000 $. A tale quesito lascio che a rispondere sia il trailer.



Non si respira aria di genialità? Io credo proprio di sì. È puro intrattenimento old school, una commovente dichiarazione d’amore per un cinema che diventa sempre più raro (ammesso che ancora esista). Non ci sono tempi morti, non ci sono scene inutili o riempitivi frustranti, soltanto il minimo indispensabile per tenere in piedi la struttura del film. La mancanza di fondi ha reso necessario un massiccio utilizzo di green screen: un presunto limite che ha contribuito a proporre soluzioni estetiche che sembrano una versione di Tron sotto LSD. Tutto è retro: dai fondali, ai mostri animati in stop-motion, alla linearità del plot, all’idea portante del futuro distopico che viene rappresentato. La follia di Kostanski è in ogni dettaglio: i personaggi sono archetipi e stereotipi di una certa SF, omaggi all’horror (Draculon / Dracula, la ribelle Mina porta il nome della moglie di Harker, uno dei protagonisti del Dracula letterario di Stoker), personaggi che richiamano icone pop, come il tizio che sembra Billy Idol, la vertigine data dal doppiaggio insensato di Number One Man, esperto di arti marziali con dizione da primo attore del Globe Theatre.
Che roba, gente. Diverte, appassiona, mescola le carte, ma soprattutto non inganna e si mostra per quel che è. L’ipertrofia di certi prodotti d’intrattenimento delle Major (specialmente negli ultimi anni), che sono pieni, saturi, strabordano, che offrono troppo nel tentativo di accontentare tutti è lontana anni luce. Il risultato è che spesso risultano indigesti (vedi Man of Steel, mortacci sua). Astron-6 invece procede per sottrazione: leva di mezzo tutto quel che non serve e garantisce un prodotto magro, agile, bio. Alleggerisce, non appesantisce. Per dire, c’è questa scena: Manborg si risvegla e vaga per una città futuribile: luci al neon dappertutto, bizzarri veicoli che sfrecciano per le strade, degrado, messaggi pubblicitari del nuovo governo infernale. Improvvisamente si imbatte in una serie di mostri (?) che menano dei tizi. Interviene, patatrac, incontra Number One Man, fugge con lui. I mostri saltano sul posto e sotto i loro piedi si materializzano degli skateboard costituiti da una sorta di energia violetta fluttuante, quindi inizia un folle inseguimento cittadino.
Oppure beccatevi questa:



Puro intrattenimento. Onesto, fresco, veloce, lisergico e con un finale… Un finale semplicemente da urlo.
1.000 €. Ci tengo a sottolienarlo.
Leviamoci il cappello dinanzi agli Astron-6.



Ho come la sensazione che stia per accadere qualcosa di brutto.
 Guardatevelo subito tutti!
È un ordine di Count Draculon!

lunedì 11 novembre 2013

Il Videogiocatore Occasionale: Toy, Mirror, Art.

Nel 1977 era il 1977.
Lo so che è una notizia sconcertante. Immagino che si debba scendere a patti con rivelazioni del genere. Che ci vogliamo fare, è la vita.
Magari uno potrebbe essere portato a pensare che nel 1977 non era il 1978 o il 1976 o il 1980, ma precisamente il 1977.


Ti dico che sono il 1977, tiggiuro!

Consapevole di questa faccenda, il professor Paul Levinson (all'epoca studente) scrisse una breve dissertazione dal titolo "Toy, Mirror, Art; The metamorphosis of technological culture". All'interno di questo testo, il futuro professore di comunicazione e media alla Forham University di NYC tracciava un sistema di analisi della cultura tecnologica secondo il quale ogni invenzione che abbia impatto sulla comunicazione o l’intrattenimento attraversa tre stadi evolutivi.
I tre stadi sono elencati nel titolo: Toy, giocattolo. Mirror, specchio. Art, arte.
Che cosa significa tutto questo?
Cazzo ne so.

No, dai, scherzavo, rimettiamoci seduti e partiamo, con piglio più accademico questa volta.

Toy, Mirror, Art.
Prendiamo il cinema. Il cinema nasce grazie ai fratelli Lumiere.





Due tipi moderni.

La loro invenzione (la macchina da presa) è un "giocattolo", grazie al quale realizzano brevi sequenze filmate da mostrare in occasione di fiere, manifestazioni culturali, momenti di svago. La tecnologia è un gioco, il prodotto della tecnologia è un gioco: passatempi privi di dignità artistica. Toy.
Con l'evoluzione del mezzo e la diffusione della tecnologia, il cinema si interessa non tanto della meraviglia di intrappolare immagini in movimento (quindi non tanto del processo che consente di realizzare i filmati), ma di ciò che viene ripreso, dell'oggetto che viene inquadrato. In questo senso diventa testimone e specchio della realtà. Mirror.
Con la nascita fortuita del montaggio (evitate facili allusioni), il cinema scopre di poter raccontare oltre che mostrare. Il racconto diventa, insieme al mezzo, uno straordinario veicolo di significati, di emozioni, di suggestioni; un film non è più soltanto un artificio tecnico, ma un contenitore artistico. Art.

Il cinema è parte integrante di un complesso che possiamo definire "intrattenimento multimediale". All'interno di questo insieme di strumenti finalizzati a farci passare qualche ora in compagnia di suggestivi prodotti dell'ingegno umano troviamo anche -rullo di tamburi -i videogiochi.
Anche i videogiochi hanno attraversato le loro variegate stagioni, i loro step evolutivi, scanditi dalla progressione teorizzata dal buon vecchio Levinson.
Per paradosso, la fase Toy è inestricabilmente legata alle successive.
Tre esempi, uno per ciascuno stadio.



Pac-Man: Mangio fantasmi da più di trent'anni e non ho preso un etto.

Pac-Man  è un chiaro esempio di Toy, un gioco schematico, ripetitivo, caratterizzato da una meccanica semplice, ma al tempo stesso capace di conquistare e indurre a giocare. Un esempio più recente: Angry birds. Tirare piccioni con una fionda contro dei maiali. Wow.
Eppure è un gioco che prende, che innesca il meccanismo "ancora una e poi smetto", però poi non smetti.



The Kite: Ammazza, che passatempo ilare.
Fase Mirror: The Kite. Avventura grafica di un paio di anni fa, ricorda per meccaniche di gioco i vecchi e gloriosi punta e clicca. Ci sono quadri all’interno dei quali raccogliere oggetti e risolvere enigmi. Completate le prove di un quadro, si passa al successivo e così via.
Che cosa rende The Kite diverso? Il tema e il tono dell’aspetto narrativo. La storia che si dipana tra i quadri è quella di una madre alla prese con le difficoltà di crescere un figlio in una periferia degradata, con a fianco un marito violento. Lo sfondo è quello di una repubblica ex-sovietica, abbandonata e grigia, popolata da personaggi privi di speranza e dolorosamente schiavi delle proprie vite in "scatola". Seppure breve e non privo di difetti, The Kite mostra come attraverso una forma narrativa partecipata si possa affrontare un tema scomodo e disturbante, inducendo a riflettere. Non è poco.

Per il terzo stadio, Art, la questione si complica.
Quindi ne parleremo nel prossimo post dal Videogiocatore Occasionale.
Sarà un po’ un azzardo, un po’ una bestemmia (per qualcuno, forse), un po’ una forzatura.
Non si tratta di un gioco soltanto, ma di tre titoli.
Non aggiungo altro.
Alla prossima.

venerdì 30 agosto 2013

Modernità: effetti collaterali. The Asylum presenta: Sharknado, ovvero psicopatologia del cinema


La modernità offre svariati sistemi per procurarsi materiale video da gustare. Ci sono cinema, TV, Web TV, Youtube, Vimeo, distribuzioni indipendenti, film a basso costo, Direct To Video, e poi, alla fine, c’è la Asylum.
The Asylym, per essere precisi; prestigiosa (?) casa di produzione americana, specializzata nel realizzare film chiaramente copiati da blockbuster in uscita, distribuirli qualche giorno prima che i loro parenti ricchi raggiungano le sale e guadagnare soldi dalla vendita di DVD e dai diritti maturati con la messa in onda televisiva dei loro “capolavori”.
Qualche esempio? Nel 2007 esce Transformers, loro fanno uscire in DVD pochi giorni prima Transmorphers.
Poi sta per uscire Battle: Los Angeles, loro fanno uscire Battle OF Los Angeles (chiaro indice di genialità, quel OF).
A parte il mockbuster, si specializzano in film orribili di mostri e disastri. Roba tipo Mega Shark vs Giant Octopus, ovvero mostri realizzati male in CGI che si menano per due minuti in film che per il restante minutaggio sono peggio di una sessione di tortura. Mettono insieme uno script zoppicante, richiamano attori finiti nel dimenticatoio (uno su tutti Lorenzo “Renegade” Lamas) e il gioco è fatto.
All’inizio pensavo che non ci fosse del metodo nella follia che sta dietro alla scelta di chiamare la propria casa di produzione The Asylum (aka Il manicomio). Lo credevo, almeno. Non ne ero certo.
Poi però ho visto Sharknado e ho capito che c’è del metodo.

Un trailer non ha bisogno di molte parole

Sharknado (2013) è un prodotto indipendente commissionato alla Asylum dal canale tematico SyFy (non vi elenco titoli di suddetto canale perché non meritate tanto male). Il titolo Sharknado è una crasi di due termini distinti e difficilmente accumunabili: Shark, squalo e Tornado, tornado. La trama del film è desumibile dal titolo, ovvero Shark, squali e Tornado, tornado. BANG. Sharknado.


Questa è una locandina onesta.

Non mi metto a far le pulci alla verosimiglianza di un film il cui titolo ho già ripetuto due volte qui sopra, d’altra parte sono un fan di The Avengers, Pacific Rim, Spiderman (quello di Raimi, sia chiaro, non quell’altra roba dal titolo “Un posto al sole di fronte a Centovetrine con ragnatele”); va da sé che Sharknado non punta molto sulla supension of disbelief, quanto piuttosto su SQUALI che vengono portati a spasso per la città da dei TORNADO. E mangiano le persone al volo. Entrano nelle case, spinti a forza dal vento impetuoso e si cibano dei residenti. Sguazzano accanto alle auto e spolpano chiunque.
E io sono felice.
Tizio con motosega contro squalo, The Asylum, 2013


Non fraintendetemi, non sono un cinico detrattore della vita umana in generale, il fatto è che il cinema è un linguaggio, un linguaggio è un sistema complesso fatto di segni e i segni son cose che stanno per altre cose. Avete presente la pipa di Magritte? Quella non è una pipa, è un segno sommato a un segno che evoca un oggetto che non è il segno che lo rappresenta. I morti mangiati dagli squali non sono “morti mangiati da squali”, sono funzioni all’interno di uno spettacolo e come tali hanno un preciso scopo narrativo.
Ma la vera domanda a questo punto è: si può dire che Sharknado sia buon cinema?
Direi di no. Ma proprio NO, senza remore e senza tentennamenti. Fa schifo, come cinema. A livello meramente tecnico è un indigesto miscuglio di stock footage, becere trovate da blockbuster allestite in maniera superficiale e confusa, effetti speciali risibili, dialoghi imbarazzanti, attori impresentabili (tra i quali il tizio che interpretava Steve in Beverly Hills 90210, Ian Ziering)… Eppure, signori miei, se il cinema ha nella propria natura l’atavico desiderio di dispensare sense of wonder, allora Sharknado non solo centra il bersaglio, ma lo distrugge e distrugge anche quelli vicini, la città in cui si trovano, il mondo intero che li ospita. È una bomba nucleare di divertimento. Inizia con una scena da antologia, ambientata su un peschereccio, poi smorza un po’ spostando l’azione su una spiaggia, poi succede di tutto, poi annoia di nuovo per un po’ e vorresti uscire a fare ciò che la gente normale fa quando esce, poi ti avvince con situazioni folli, grottesche, pazzesche, poi di nuovo noia, poi di nuovo genio.
Se vi dovesse capitare di incappare in Sharknado, una possibilità concedetegliela. Non è Malick, non sarà Kubrick, di certo non è Sorrentino… ma ci sono squali volanti uccisi a colpi di sgabello da un vecchio ubriacone, e, credetemi, difficilmente vi capiterà di nuovo di vedere qualcosa di simile!