lunedì 10 marzo 2014

Lo Spettatore Occasionale al Cineocchio di Alba. La Vita di Adele, parte 1 e 2

Nella ridente città di Alba si tiene annualmente una rassegna cinematografica. Tale rassegna si intitola IL CINEOCCHIO. Roba di Dziga Vertov, per intenderci.
Quest'anno, lo Spettatore Occasionale ha preso la decisione di fare la tessera e si è imbarcato nell'impresa di vedere (quasi) tutti i titoli proposti. Con il ritardo che gli si addice, il vostro impavido blogger fornirà una personale recensione dei film visti (dei quattro proiettati sinora, mi fermo colpevolmente a due). 
Iniziamo con La Vita di Adele, capitoli 1 e 2 di . Trionfatore del Festival di Cannes 2013, pellicola di apertura del Cineocchio di Alba, questo film ha colpito il cuore occasionale dello Spettatore -sapete come prosegue. 




Sinossi per chi non ne sapesse nulla.
Adele, adolescente francese, vive a Lille e conduce un'esistenza opaca, sino a quando incontra Emma; con lei imparerà che cosa significhi passione, che cosa sia l'amore, che cosa voglia dire crescere e, impresa più ardua di ogni altra, a quale prezzo di possa giungere all'accettazione di sé.
Se pensate che queste sbrigative righe siano troppo vaghe, non vi preoccupate: ora scenderemo nel dettaglio e saprò annoiarvi come al solito!

Kechiche trae ispirazione da una graphic novel di successo; si discosta sin dal principio dalla fonte, scegliendo di non concludere la vicenda con la morte della protagonista e di non impostare la narrazione in forma di flashback. Ciò che interessa a Kechiche è l'incontro di due mondi, senza elementi melodrammatici che ne appesantiscano le dinamiche.

Le prime inquadrature rendono evidente la scelta del regista: il centro di gravità del film è e rimarrà Adele. La porta si apre e la macchina da presa si incolla ad Adèle Exarchopoulos, senza cedere né allontanarsi mai. Lo sguardo è su Adele (attrice e personaggio), costi quel che costi, senza censure, remore o pudori. Che si tratti di mangiare, scopare, piangere, cantare, Kechiche investe tutto nei primi piani, nell'espressione smarrita di Adèle, nella sua prorompente sensualità, nella sua disarmante fragilità. Il percorso che compie è un movimento che dalla scoperta di sé porta allo smarrimento, e dallo smarrimento alla riaffermazione della propria individualità. 
Adèle scopre di essere diversa perché non condivide con le proprie coetanee frivolezze e desideri. Non c'è passione nella sua prima volta con un ragazzo, soltanto imbarazzo e un senso di insoddisfazione. Nella scoperta della propria omosessualità Adèle incontra l'ennesima complicazione, l'ennesimo ostacolo che sembra condannarla a un'esistenza solitaria. Il tutta la prima parte del film, il capitolo 1 al quale il titolo allude, c'è una grande compressione dei tempi: il tempo degli eventi è limitato a uno spazio di giorni, forse settimane. L'implosione del ritmo scandisce gli avvenimenti quasi fossero infiniti. È un percorso fatto di eventi chiave per la vita della giovane: prima viene delineato l'ambiente all'interno del quale è cresciuta, con poche immagini e dialoghi scarni. Una famiglia che condivide i pasti con quiz televisivi, in silenzio; gli unici dialoghi vertono sul cibo, poco altro. La scuola, con la rappresentazione disincantata di giovani alle prese con un mondo che tentano di capire; personaggi comuni, protagonisti di vite comuni. Ci sono le classiche dinamiche del branco, con un affresco femminile ammantato di crudeltà. Gli adulti, genitori esclusi, sono rappresentati da insegnanti che sembrano ora motivati, ora semplici impiegati intenti a ripetere qualcosa in maniera meccanica. Il regista dissemina la rappresentazione della scuola di elementi che ritorneranno nel dipanarsi della vicenda: accenni alla Tragedia ("l'individuo posto di fronte all'ineluttabile"), ai romanzi di formazione, a definizioni artistiche di Amore. 
L'incontro con Emma, colei che sembra essere ciò che Adèle cerca, scompagina le carte, introduce il blu nel film e fa accelerare la vicenda. Dall'incrocio per strada al sogno, all'incontro in un locale gay, sino all'appostamento davanti alla scuola, Emma assume le proporzioni di un idolo, il cardine intorno al quale la vita di Adèle è destinata a girare.
Nell'esplosione dei sensi (lo sguardo, il tocco, la vista, il sesso) Adèle ed Emma si incastrano, si compensano, si completano; nella costante ricerca di cesellare i due personaggi in un quadro più ampio, Kechiche disegna un rapporto speculare tra le famiglie delle ragazze: ci sono i borghesi con pretese intellettuali, mamma di Emma e compagno, e i semplici, pragmatici genitori di Adèle. Gli uni e gli altri appaiono inadeguati, smarriti, trincerati dietro maschere che generano distanza tra loro e le figlie. La passione diviene centrale, con scene di sesso esplicite, nessun suono extradiegetico, solo corpi e sospiri. Lo sguardo non è mai pornografico in senso stretto, è semplicemente coerente con l'assunto di base. Il centro di gravità del film è Adele, non importa che cosa faccia, con lo stesso desiderio di completezza si mostrano il sonno o la passione.

Tra il primo e il secondo capitolo il solco è profondo.

Ci ritroviamo presumibilmente anni dopo il loro incontro; Adèle cucina. Assistiamo a un party a casa di Emma e Adèle; ormai sono una coppia, vivono insieme. Appartiene al passato quell'Adèle che mentiva ai genitori per consentire a Emma di dormire in casa loro, definendola "amica". Se il primo capitolo faceva della compressione la cifra temporale del ritmo, il secondo accelera esplodendo il tempo. I pochi giorni della parte iniziale, divengono mesi, anni in questo capitolo. Se l'oggetto della capitolo 1 era la scoperta di sé attraverso i sensi, ora assistiamo alla progressiva perdita di quel fuoco, allo spegnersi della passione, alla deriva di una relazione tra opposti che prelude a una dolorosa separazione.

Adèle aveva incontrato Emma per la prima volta in una piazza affollata. Il colore blu dei suoi capelli cattura lo sguardo, la disinvoltura con la quale esibisce la propria omosessualità sbalordisce e confonde. Quando Emma e Adèle si incrociano, scambiano qualche parola, iniziano a frequentarsi, la relazione si fonda su una reciproca ossessione. Una fascinazione totale, quella di Adèle per Emma; un magnetismo sensuale ed estetico, quello esercitato da Adèle su Emma. L'ossessione evolve nel succedersi degli atti: in Emma la passione diventa ispirazione, in Adèle si trasforma in necessità. Quando l'equilibrio si spezza, quando Emma non si accontenta più di una Adèle che sacrifica tutta se stessa sull'altare del loro amore, riducendosi a oggetto di contemplazione e poco altro, la rottura è inevitabile. Adèle cerca conforto tra le braccia di un collega, Emma la caccia di casa, Adèle smette di muoversi.


La metamorfosi dei personaggi costruisce ribaltamenti. La semplice Adèle, che coltivava il sogno di insegnare ai bambini, vive la realizzazione del proprio progetto di vita con la tensione data dalla solitudine; Emma, che in Adèle aveva trovato una compagna e una musa, si butta in una nuova relazione e ricomincia a vivere. Nel continuo gioco di apparenze e illusioni, nessuna delle due protagoniste riesce a sciogliere il legame che ha con l'altra. Inutile lasciar passare del tempo, inutile vivere esperienze, nascondere la verità a se stesse: il marchio che hanno dentro le rende complici e unite, e sembra essere un vincolo indissolubile. 

Tutto ciò che nel capitolo 1 era mostrato ed esplicito (vicinanza, sesso, comunione) in quest'altra faccia della medaglia è relegato a una dimensione più intima. Adèle vive l'attesa di una riconciliazione senza rendersi conto di avere una vita che prescinde da Emma. Non ci sono dialoghi che rendano manifesto tutto ciò, perché il travaglio è negli sguardi, nei silenzi, nel pianto, nell'abbandono. 

Quando l'incontro avviene, quando Emma e Adèle tornano a vedersi dopo mesi, tutta la tensione è sull'asse Adèle - Emma. Pur essendo causa della rottura e vittima del dolore conseguente, è lei a mostrare la maggiore partecipazione. Emma è confusa, spaurita, debole. Adèle è forte nel proprio dolore, e quando tenta un approccio, inizialmente corrisposto, alla fine si scontra con il rifiuto dell'altra, e davanti a sé trova una persona cambiata. Non più l'artista con i capelli blu, ma un'opaca, conformista, comune donna che ha abbandonato quel che era per avere in cambio un'esistenza differente, in apparenza fin troppo ordinaria. L'ossessione di Emma è spenta; ora ha una famiglia, una compagna, una figlia. Un'esistenza normale, alla quale affianca un'esperienza artistica non più dettata dall'ispirazione, ma dalle precise richieste di chi le revisiona i lavori per renderli più vendibili. Ciò che resta del nucleo artistico del passato è l'immagine di Adèle.


Nel segmento conclusivo della pellicola, Adèle viene invitata all'inaugurazione di una mostra. Emma espone nuove opere. Adèle indossa un abito blu, si prepara, si illude, forse, e partecipa alla cerimonia.

Emma la accoglie con tenerezza, la osserva quando sono lontane, la tiene a distanza, quasi fosse consapevole del pericolo che rappresenta. Adèle contempla i quadri, in ciascuno di essi trova se stessa, trasfigurata, abbozzata, sempre centrale. L'ossessione si concretizza sulle tele: il legame è indissolubile? Il chiacchiericcio dei vuoti intellettuali che affollano la sala rende evidente che non esiste futuro, che non può esserci riconciliazione con Emma: i loro mondi sono distanti anni luce, la semplicità che Adèle sceglie come cifra di vita è incompatibile con la sovrastruttura verbosa e pretenziosa che tiene in piedi il mondo nel quale Emma s'è smarrita. 
La passione appartiene a un'altro tempo, forse, a un'età passata, o forse a persone che devono ancora essere incontrate, ad alchimie da sperimentare. 
Adèle, nel vestito blu scelto con cura per presenziare alla manifestazione, esce dal locale e si allontana, da sola. 
Non è una resa priva di speranza, nemmeno un gesto che conduca a insane follie d'amore non corrisposto: è la presa di coscienza finale che un capitolo si è concluso. Bisogna voltare pagina. 
La macchina da presa si ferma.
Lo sguardo ossessivo che ci aveva permesso di essere Adèle, ora la rende libera, ci rende liberi: con l'allontanamento della ragazza, una macchia blu sempre più distante, la vicenda trova la propria conclusione. 


Tutta la questione dell'omosessualità viene posta a latere. Non è centrale rispetto a un discorso che parla di formazione dell'individuo, di Amore, di scelte, di sconfitte, di perdita e di dignità; di che cosa significhi confrontarsi con le proprie debolezze e affrontare con determinazione le sfide che la vita ci pone innanzi, crescere, cadere, fermarsi, ricominciare.

In tale complessità di temi, le sollecitazioni sono molte. Quanto la vita ha da offrire occupa uno spettro ampio e frastornante: ogni passione lascia dei segni. Ma che vita sarebbe, se non avessimo la possibilità di portare i segni di ciò che viviamo? 

Il film di Kechiche mi ha coinvolto e convinto. Regia e fotografia, asservite ai volti che occupano per la maggior parte del tempo le inquadrature, esaltano interpretazioni magistrali, e consentono di entrare nel meraviglioso e irripetibile mistero di due individualità che condividono un pezzo di strada, poi si perdono, e infine, inevitabilmente, ricominciano da capo. 

La vita di Adele è un'esperienza che non può lasciare indifferenti. Date una chance a quest'opera: può essere un film difficile, faticoso, di certo non si dimentica facilmente. Inoltre induce a riflettere, pone domande, lascia spazio all'interpretazione: non è una cosa da  poco, considerata la tendenza all'omologazione alla quale il cinema va incontro da troppo tempo.

Vai, CINEOCCHIO! Siamo partiti bene! 

Prossimo post dedicato al secondo film visionato dallo Spettatore Occasionale: Gloria.

sabato 1 marzo 2014

Nostalgia canaglia: il Cittadino Occasionale combattuto tra i film dei Ninja, The Happening e un desiderio irrefrenabile di espatrio

Ve li ricordate i film dei ninja? Quei film terribili nei quali ci sono questi tizi in pigiama che saltellano? Erano robe inguardabili, eppure quando si è pischelli sono il massimo. Ci sono azione, confusione, una regia assurda con inquadrature sbilenche e zoomate su visi celati dalla stoffa, poi tutto un insieme di mosse che sembrano quelle che vi facevano prima di entrare in vasca durante i corsi di nuoto.




Uno dei motivi per i quali mi piacevano i film di ninja è questo: zero trama. Ok, ci poteva essere la vendetta di quello vestito di giallo, che gli avevano messo sotto il cane o rigato la macchina, oppure quello che gli avevano rapito la morosa, o ancora quell'altro al quale era stato ammazzato il maestro... ma in fondo era tutta fuffa per mostrare idioti vestiti da idioti che si menano, in un crescendo di follia e caos nel quale alla fine non capisci più chi sta con chi, le fazioni sono indistinguibili, è solo una massa di gente che se le dà con convinzione.
Regia? Ma non scherziamo neanche. Non c'è mestiere, non c'è organicità, direzione degli attori, cura della fotografia... 
Gente che si mena. Fine.
Secondo ingrediente: The Happening di Shyamalan. Questa simpatica pellicola del nostro indiano preferito, uscita nel 2008 con il titolo italiano di "E venne il giorno", racconta di una "guerra" tra umani e piante. Le piante, stufe di essere maltrattate (?) dai bipedi, sviluppano una neurotossina che, rilasciata nell'aere, induce le persone a suicidarsi. Non sembra una cazzata atomica? 
Ehi, ma è una cazzata atomica!



Shyamalan aveva cominciato bene, con quel film della gente morta. Poi aveva fatto Unbreakable e si era giunti a vette supereroistiche inarrivabili, poi Signs che era ok, poi roba un po' così, poi la follia, infine Will Smith che regala al figlio un film da protagonista. Protagonista del pubblico ludibrio da qui all'eternità.
In The Happening (che ho visto in streaming in lingua originale due giorni dopo l'uscita americana, dunque ne ho per fortuna vaghissimi ricordi ...) ci sono queste persone che, una volta avvelenate dalla tossina, si ammazzano in maniere assurde, tipo lanciandosi contro una falciatrice. 
Ninja più tizi che si suicidano in modi cruenti e senza senso.
Queste due immagini mi aiutano quando penso alla situazione politica italiana attuale.

Ah, sì.  Poi mi viene in mente che vorrei andare a vivere in un paese più serio. Tipo l'Indonesia.

Mannaggia.

mercoledì 12 febbraio 2014

Capitan Harlock. Passabile, a parte la tagline.


Una delle cose più tristi dei film di avventura SF misti fantasy, con accenni cyberpunk, che al contempo indulgono in riferimenti al misticismo orientale, strizzando l’occhio al romanzo di cappa e spada senza scordare lo spirito spensierato delle scorribande dei pirati reinterpretatati in chiave romantica…

Ok, rifacciamo.

Il Futuro è già Passato. E vabbè, aspetterò il prossimo...





Appunto iniziale: la cazzo di tagline. “Capitan Harlock 3D. Il futuro è già passato”.
Come ti viene in mente di mettere una frase del genere? È una roba tragica, l’avrebbero scartata anche alla Perugina, è un po’ come dire: “Tutto quello che state per vedere sa un po’ di vecchio, è roba già vista, anzi, sapete che vi dico? Lasciate perdere, amici come prima”.

Comunque, settimane fa sono andato al cinematografo e l’ho visto.
Perché? Un po’ per nostalgia, un po’ per curiosità, un po’ perché il 3D mi sta sul cazzo e volevo una scusa ulteriore per denigrare questa bislacca tecnologia. NOTA: Il 3D in Capitan Harlock è veramente figo.
Accidenti.

Torniamo a noi.
Difficile pronunciarsi sulla pellicola in questione. Facciamo così, confrontiamola con Il Corvo. Ve lo ricordate? Alex Proyas che dirige la sparatoria durante la quale il figlio di Bruce Lee ci rimette le piume? Quella roba lì. Film tristemente noto per la dipartita dell’erede del Drago, per la computer grafica necessaria a riempire i vuoti da lui lasciati nelle inquadrature, per la violenza, il tono dark, la colonna sonora. Tratto da un fumetto indipendente di O’Barr, Il Corvo versione cinematografica incappava in un errore a mio avviso tragico: cercava di umanizzare il protagonista. Mi spiego meglio: mentre nel fumetto il tizio che torna dalla morte è un fottuto vendicatore inarrestabile capace di atrocità senza eguali, a un certo punto del film sembra che tutti i creativi coinvolti (regista, sceneggiatore, produttori) vogliano correre ai ripari e rendere più agevole per gli spettatori l’immedesimazione con lui. 
Perché a chi non è capitato almeno una volta di ritornare dalla morte per sistemare delle questioni in sospeso?
Tipo a mio cugino un mucchio di volte!
A me invece mai.
Ecco, appunto.

Se faccio gli occhioni ti immedesimi? Dai dai dai dai...


Nel tentativo di umanizzare il nostro zombie vendicativo, che cosa ti inventano questi filibustieri? Ti inventano che se gli accoppi il corvo (con il quale vaga per la città), lo rendi vulnerabile; così, se i cattivi si impegnano di brutto, lo possono ammazzare di nuovo. Capito? 
Sadici bastardi.
Se per tre quarti di film io parteggio per Eric, non è necessario che nell’ultimo quarto me lo fai sanguinare e morire di nuovo. È già morto all’inizio. Mi spiace per lui. Non ho il cuore di pietra, davvero, sto a posto così, non ammazzatelo di nuovo.
Il Corvo è un film che parla di una vendetta consumata dalla vittima di un omicidio brutale dopo la propria morte, non serve immedesimarsi, basta seguire le azioni del protagonista. Lo privano della vita, gli uccidono la compagna davanti agli occhi, lo privano di tutto, torna a calcare la terra e tu, spettatore, vuoi che i cattivi vengano puniti, fine della storia. Non serve umanizzazione, vuoi solo assistere alle scorribande di Eric e vuoi che il suo spirito trovi pace.

La serie di Matsumuto puntava sull'immedesimazione perché i personaggi erano umani e mortali. C'era un costante senso di rischio, di pericolo, di sacrificio e al tempo stesso l'aderenza a un codice morale; c'era la ricerca della libertà, la lotta contro l'ingiustizia e il Bene mai stanco di incrociare la lama con il Male.
Harlock 3D rispetto a The Crow commette l’errore opposto. Toglie la mortalità al Capitano, così, da subito, lo rende un ultracentenario immortale che ammazza con una certa disinvoltura chiunque rappresenti un ostacolo per la sua missione (SPOILER distruggere l’universo per permettere alla vita di rinascere da zero... una roba che te lo rende subito supersimpa). No mortalità, no party. Inutile il tentativo finale di correggere il tiro, ormai siamo salpati da troppo tempo e l’aggiustamento conclusivo ottiene più che altro un effetto di spaesamento. Se togli al Capitano la mortalità, spogli il suo sacrificio di qualsiasi impatto. Capaci tutti di fare i pirati dello spazio se tanto alla fine NON PUOI SCHIATTARE.

Tolto il 3D, il plot è piuttosto minimal, concede qualche strizzatina d’occhio ai fan nostalgici (Cap cha dialoga con il computer di bordo, se non avete visto la serie penserete che è un minchione…), butta lì giusto un paio di scenette strappalacrime, mostra azione alle volte un po’ ripetitiva, fa fare la doccia a Kei, perché mostrare Kei che si fa la doccia è un topos per quello sporcaccione di Matsumoto e alla fine se ne esce con un colpo di scena tipo Dark Knight Rises.
C’è tanta roba, troppa, messa insieme in maniera caotica e poco ispirata. Ah, poi Capitan Harlock c’è davvero pochino per un film che si intitola “Capitan Harlock”. 

Perché mi fanno sempre fare la doccia? Avrò un cattivo odore?


In estrema sintesi un giocattolone pretenzioso, non riuscitissimo, apprezzabile per certi spunti estetici, povero rispetto al materiale di origine.
Però il 3D è figo sul serio.
Mannaggia, ‘st giappi, se ci sanno fare col 3D. L’unico neo è che la profondità a un film non basta darla con il 3D. Ci vuole anche un pochetto di storia, approfondimento dei personaggi, e non guasterebbe una certa aderenza al titolo.
Sospendo il giudizio, e lo dichiaro passabile.

lunedì 10 febbraio 2014

The end, yo. Un'elegia dello Spettatore Occasionale per Mr. White


Mi sono sparato tutto BB in poco meno di un mese e mezzo, convinto dalle parole di Luotto sull'unico sito dell'Internet Intero che meriti davvero di esistere.

Il viaggio è terminato.

Quando succede, sei spinto a fare bilanci. Scrivo queste righe con in sottofondo Harvest di Neil Young, in una giornata di pioggia di un febbraio in fasce.
Il viaggio è terminato e il tempo dei saluti con esso. Però qualcosa è rimasto, dentro; una serie di emozioni, di suggestioni, di avvenimenti, un certo senso di colpa e un indefinibile desiderio di avere ancora la possibilità -per una sola volta, magari -di avere davanti Saul, Huell, Walter Jr. o Hank, Mike o Gus.
Quali farneticazioni sono mai queste, direte voi? Se ve lo state chiedendo, significa che siete rimasti fuori dal gorgo di Breaking Bad. Consideratevi fortunati. Fate un bel respiro. Guardatevi intorno. Pensate a chi vi vuole bene, pensate alle persone che amate, al vostro lavoro, al vostro mondo. Fatto? Ora prendete un po' di ...COLLA VINILICA, sniffatela e lasciatevi precipitare in un vortice di inganni, autoinganni, deriva morale, vittorie e sconfitte, vittorie con dentro sconfitte, abbandono, caduta e rinascita, rovina e riscossa, omicidi e leggenda.
Tutto questo è Breaking Bad.
Siccome non saprei come fare a parlarne senza svelare nulla, devo inserire uno SPOILER ALERT sin da ora. Quando ricomincerò a parlare in linea generale, verso il fondo, lo toglierò e, se vorrete, potrete continuare a leggere..
Un post a blocchi; partiamo con il primo.

venerdì 29 novembre 2013

Lo Spettatore Occasionale vuoi dire fiducia: SPOILER su John il Rosso in arrivo!

Come molti di voi certamente ben sapranno, quest'anno ci sono stati una grande moria delle vacche (pausa) e, pochi giorni fa, l'episodio numero otto della sesta stagione del serial TV intitolato The Mentalist. 

Ehi, dove diavolo è il mio [OMISSIS]? Senza il mio [OMISSIS] non posso sconfiggere Red John!


Siffatto episodio aveva l'ingrato compito di mettere la parola fine alla lunghissima saga di John il Rosso, nemesi di Patrick Jane e Villain carismatico della serie.
Dopo sei anni di peripezie, approfondimento dei personaggi, episodi mediocri, episodi affascinanti ed episodi così così, si è giunti a conoscere la verità sul cattivone. Giova ricordare che codesto losco individuo nel corso della serie è riuscito a mettere in piedi una rete criminale mica da ridere, con infiltrati nelle forze dell'ordine, in politica, nei servizi segreti, ovunque. Ha manipolato le persone a proprio piacimento, per giocare con Jane un'estenuante partita a scacchi durante la quale sono state sacrificate pedine importanti per il nostro amato mentalista biondiccio. Un novello Moriarty, sempre un passo avanti rispetto a tutti quanti, sveglio, astuto, pericoloso, contrapposto all'adattamento moderno di Sherlock Holmes incarnato da Patrick. Un genio, in poche parole, a criminal mastermind.
È riuscito Bruno Heller, autore di The Mentalist, a concludere degnamente la faccenda, confezionando un ultimo atto intrigante e adrenalinico, restituendo a Red John la dimensione epico-tragica che dovrebbe appartenergli?

SPOILER

Vaffanculo, Bruno Heller.

SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER
Se volete gustarvi la sorpresa, smettete di leggere. Inviate una raccomandata al vostro provider Internet per disdire l'abbonamento, sotterrate lo smartphone, andate a vivere in un capanno in alta montagna e cessate di comunicare con chiunque. Poche ore dopo la messa in onda negli USA dell'episodio, la rete era già piena di informazioni sull'identità dell'uomo di malaffare che a suo tempo aveva ucciso moglie e figlia di Jane; sappiate che lì fuori ci sono mille sirene pronte a tentarvi.
Ritenetevi avvisati.
Ora procedo.
John il Rosso è...

SPOILER
Lo sceriffo McAllister.

Giustamente mi farete osservare che era (apparentemente) morto al termine della puntata numero sei, al che io vi risponderò Agatha Christie e la chiudiamo lì.
Altri mi sottoporranno il quesito: Chi straminchia è lo sceriffo McAllister? 
È un tizio che compare in alcuni episodi, sin dalla prima stagione. Fa lo sceriffo ed è abbastanza anonimo.
Passiamo sopra alla mera questione identitaria della nemesi di Jane e domandiamoci se vi sia epicità nella rivelazione, nell'incontro, nello scontro e nella soluzione.
La risposta è:

L'arma con la quale l'Eroe sconfigge il Cattivo: il temibile Piccione.


SPOILER
Vaffanculo, Bruno Heller.
No. Epicità non pervenuta.

Dopo sei anni (72 mesi, 312 settimane, 2.190 giorni ) io mi aspetterei un minimo di calma nel pianificare un finale decoroso; non ho fretta, Bruno, vai tranqui, pigliati il tempo che ti serve. Fai succedere le cose con logica e con partecipazione. Non con gente che si rincorre per quaranta minuti, perché in quel caso non è la fine di Mentalist, ma di Wile Coyote. 
Capito, Beep Beep Heller?
Il problema sostanziale sta nel fatto che The Mentalist, serie tutto sommato mediocre, poteva osare una soluzione ricercata, e regalare (che ne so) un trittico di puntate finali correlate, capaci di offrire al pubblico qualcosa da ricordare... e invece. 
In sostanza accade quanto segue: dopo anni e anni e anni (e anni) di indagini, Patrick restringe la lista dei sospetti che potrebbero essere John il Rosso a sette nomi. Tutti e sette sono un po' loschi e misteriosi, e ciascuno di loro ha una fobia particolare: c'è quello che soffre di vertigini, quello che ha paura dei ragni, quello che teme gli uccelli (ah ah ah ah ah). Nel corso della puntata precedente, uno dei sospetti,  Bertram, mentre si trova in fuga dà appuntamento a Jane per chiarimenti finali. Jane parte per raggiungere il luogo d'incontro, incidente, FBI che blocca tutto. Jane riesce a fuggire grazie ai colleghi del CBI. Altro giro, altra corsa. Appuntamento. Bertram non è John il Rosso. Schiatta. Entra McAllister (quello che aveva paura degli uccelli) (ah ah ah ah ah ah). È LUI John il Rosso. Minaccia Jane con una pistola, ma (udite udite) LO LASCIA PARLARE COME UN PIRLA PER UN PO'. Perché se sei un Villain che si rispetti, in condizione di manifesta superiorità sul tuo nemico, allora devi essere un po' minchione e consentire che quell'altro ti metta con le spalle al muro. Devi proprio, è nel contratto di ogni Villain Minchione che si rispetti.
Jane ribalta la situazione mettendo in mano a John mollica di pane e tirandogli addosso un piccione, che aveva sotto la giacca. Da quando era sotto la giacca? Dove l'ha preso? Quindi sapeva già tutto? Quando ha capito che Red John era McAllister?  
Lo sceneggiatore da Lei cercato non è al momento raggiungibile, la invitiamo a riprovare più tardi.
Jane prende una pistola nascosta in loco (vedi sopra per le domande da porsi) e spara a McAllister-John il Rosso. John, ferito, fugge grazie all'intervento di una complice. Patrick e Minchione si rincorrono per un po'. Raggiungono le tombe di moglie e figlia di Jane. John ammette di sentirsi in colpa per quel che ha fatto e di aver paura. Jane lo strangola, poi se ne va. 
Fine.
Partecipazione zero.

Non c'è un crescendo di tensione, non c'è un personaggio oscuro con cui confrontarsi, ci sono tizi che si rincorrono e morta lì.
Le due figure (nel narrato di The Mentalist) sono profondamente collegate, sono l'una il rovescio della medaglia dell'altra. Nel momento in cui si confrontano, ci si attende che non sia soltanto una sparatoria a costituire la dialettica tra di loro, ma un vedere riflessi l'uno nell'altro aspetti di sé. Jane è un po' John il Rosso, e John il Rosso è un po' Jane; tale mescolanza di carattere non ha spazio nell'episodio, e Heller preferisce un canonico bianco e nero a scale di grigi più problematiche. Alla fine a me non me ne fregava una ceppa di nessuno; né del deludente John, né della scelta di Jane di agire da solo per la propria vendetta, né di tutti quegli altri comprimari, privi di lavoro per la chiusura del CBI e chirurgicamente rimossi dalla sceneggiatura. 
Una grande tristezza. 
Immediato viene da fare il confronto con la serie BBC Sherlock, reinterpretazione in chiave moderna delle avventure di Holmes e Watson. Il finale della stagione due, con il duello tra Sherlock e Moriarty, è roba da cardiopalma e lacrime. Non si tratta soltanto di struttura narrativa, ma di sceneggiatura, costruzione delle scene, montaggio, colonna sonora, interpretazione degli attori... Quella è partecipazione, quella è tensione, quello è un finale.
Io capisco la necessità produttiva del Cut to the chase, ma nel lavoro di Bruno ci sono troppi chase e troppo poco altro da tagliare. 
E poi, lasciatemi dire che 'sto tizio che dovrebbe essere John il Rosso è uno sfigato. Criminal Mastermind 'sto qua?

John il Rosso, prima di essere colpito da un piccione.


SPOILER
Vaffanculo, Bruno Heller. 

Non so come e quando The Mentalist finirà (perché la serie prevede ancora alcune puntate), ma me ne fotto. Quel che mi turba è che intendono affidare a Bruno una serie intitolata Gotham, ambientata nell'universo DC e incentrata sulle vicissitudini di un giovane Jim Gordon e la pletora di cattivi che diverranno avversari dell'Uomo Ratto Volante. 
Una roba da far tremare i polsi. 

Riuscirà Heller a riprendersi dopo 'sta delusione mostruosa di John il Rosso? Stay tuned per saperne di più!