sabato 1 marzo 2014

Nostalgia canaglia: il Cittadino Occasionale combattuto tra i film dei Ninja, The Happening e un desiderio irrefrenabile di espatrio

Ve li ricordate i film dei ninja? Quei film terribili nei quali ci sono questi tizi in pigiama che saltellano? Erano robe inguardabili, eppure quando si è pischelli sono il massimo. Ci sono azione, confusione, una regia assurda con inquadrature sbilenche e zoomate su visi celati dalla stoffa, poi tutto un insieme di mosse che sembrano quelle che vi facevano prima di entrare in vasca durante i corsi di nuoto.




Uno dei motivi per i quali mi piacevano i film di ninja è questo: zero trama. Ok, ci poteva essere la vendetta di quello vestito di giallo, che gli avevano messo sotto il cane o rigato la macchina, oppure quello che gli avevano rapito la morosa, o ancora quell'altro al quale era stato ammazzato il maestro... ma in fondo era tutta fuffa per mostrare idioti vestiti da idioti che si menano, in un crescendo di follia e caos nel quale alla fine non capisci più chi sta con chi, le fazioni sono indistinguibili, è solo una massa di gente che se le dà con convinzione.
Regia? Ma non scherziamo neanche. Non c'è mestiere, non c'è organicità, direzione degli attori, cura della fotografia... 
Gente che si mena. Fine.
Secondo ingrediente: The Happening di Shyamalan. Questa simpatica pellicola del nostro indiano preferito, uscita nel 2008 con il titolo italiano di "E venne il giorno", racconta di una "guerra" tra umani e piante. Le piante, stufe di essere maltrattate (?) dai bipedi, sviluppano una neurotossina che, rilasciata nell'aere, induce le persone a suicidarsi. Non sembra una cazzata atomica? 
Ehi, ma è una cazzata atomica!



Shyamalan aveva cominciato bene, con quel film della gente morta. Poi aveva fatto Unbreakable e si era giunti a vette supereroistiche inarrivabili, poi Signs che era ok, poi roba un po' così, poi la follia, infine Will Smith che regala al figlio un film da protagonista. Protagonista del pubblico ludibrio da qui all'eternità.
In The Happening (che ho visto in streaming in lingua originale due giorni dopo l'uscita americana, dunque ne ho per fortuna vaghissimi ricordi ...) ci sono queste persone che, una volta avvelenate dalla tossina, si ammazzano in maniere assurde, tipo lanciandosi contro una falciatrice. 
Ninja più tizi che si suicidano in modi cruenti e senza senso.
Queste due immagini mi aiutano quando penso alla situazione politica italiana attuale.

Ah, sì.  Poi mi viene in mente che vorrei andare a vivere in un paese più serio. Tipo l'Indonesia.

Mannaggia.

mercoledì 12 febbraio 2014

Capitan Harlock. Passabile, a parte la tagline.


Una delle cose più tristi dei film di avventura SF misti fantasy, con accenni cyberpunk, che al contempo indulgono in riferimenti al misticismo orientale, strizzando l’occhio al romanzo di cappa e spada senza scordare lo spirito spensierato delle scorribande dei pirati reinterpretatati in chiave romantica…

Ok, rifacciamo.

Il Futuro è già Passato. E vabbè, aspetterò il prossimo...





Appunto iniziale: la cazzo di tagline. “Capitan Harlock 3D. Il futuro è già passato”.
Come ti viene in mente di mettere una frase del genere? È una roba tragica, l’avrebbero scartata anche alla Perugina, è un po’ come dire: “Tutto quello che state per vedere sa un po’ di vecchio, è roba già vista, anzi, sapete che vi dico? Lasciate perdere, amici come prima”.

Comunque, settimane fa sono andato al cinematografo e l’ho visto.
Perché? Un po’ per nostalgia, un po’ per curiosità, un po’ perché il 3D mi sta sul cazzo e volevo una scusa ulteriore per denigrare questa bislacca tecnologia. NOTA: Il 3D in Capitan Harlock è veramente figo.
Accidenti.

Torniamo a noi.
Difficile pronunciarsi sulla pellicola in questione. Facciamo così, confrontiamola con Il Corvo. Ve lo ricordate? Alex Proyas che dirige la sparatoria durante la quale il figlio di Bruce Lee ci rimette le piume? Quella roba lì. Film tristemente noto per la dipartita dell’erede del Drago, per la computer grafica necessaria a riempire i vuoti da lui lasciati nelle inquadrature, per la violenza, il tono dark, la colonna sonora. Tratto da un fumetto indipendente di O’Barr, Il Corvo versione cinematografica incappava in un errore a mio avviso tragico: cercava di umanizzare il protagonista. Mi spiego meglio: mentre nel fumetto il tizio che torna dalla morte è un fottuto vendicatore inarrestabile capace di atrocità senza eguali, a un certo punto del film sembra che tutti i creativi coinvolti (regista, sceneggiatore, produttori) vogliano correre ai ripari e rendere più agevole per gli spettatori l’immedesimazione con lui. 
Perché a chi non è capitato almeno una volta di ritornare dalla morte per sistemare delle questioni in sospeso?
Tipo a mio cugino un mucchio di volte!
A me invece mai.
Ecco, appunto.

Se faccio gli occhioni ti immedesimi? Dai dai dai dai...


Nel tentativo di umanizzare il nostro zombie vendicativo, che cosa ti inventano questi filibustieri? Ti inventano che se gli accoppi il corvo (con il quale vaga per la città), lo rendi vulnerabile; così, se i cattivi si impegnano di brutto, lo possono ammazzare di nuovo. Capito? 
Sadici bastardi.
Se per tre quarti di film io parteggio per Eric, non è necessario che nell’ultimo quarto me lo fai sanguinare e morire di nuovo. È già morto all’inizio. Mi spiace per lui. Non ho il cuore di pietra, davvero, sto a posto così, non ammazzatelo di nuovo.
Il Corvo è un film che parla di una vendetta consumata dalla vittima di un omicidio brutale dopo la propria morte, non serve immedesimarsi, basta seguire le azioni del protagonista. Lo privano della vita, gli uccidono la compagna davanti agli occhi, lo privano di tutto, torna a calcare la terra e tu, spettatore, vuoi che i cattivi vengano puniti, fine della storia. Non serve umanizzazione, vuoi solo assistere alle scorribande di Eric e vuoi che il suo spirito trovi pace.

La serie di Matsumuto puntava sull'immedesimazione perché i personaggi erano umani e mortali. C'era un costante senso di rischio, di pericolo, di sacrificio e al tempo stesso l'aderenza a un codice morale; c'era la ricerca della libertà, la lotta contro l'ingiustizia e il Bene mai stanco di incrociare la lama con il Male.
Harlock 3D rispetto a The Crow commette l’errore opposto. Toglie la mortalità al Capitano, così, da subito, lo rende un ultracentenario immortale che ammazza con una certa disinvoltura chiunque rappresenti un ostacolo per la sua missione (SPOILER distruggere l’universo per permettere alla vita di rinascere da zero... una roba che te lo rende subito supersimpa). No mortalità, no party. Inutile il tentativo finale di correggere il tiro, ormai siamo salpati da troppo tempo e l’aggiustamento conclusivo ottiene più che altro un effetto di spaesamento. Se togli al Capitano la mortalità, spogli il suo sacrificio di qualsiasi impatto. Capaci tutti di fare i pirati dello spazio se tanto alla fine NON PUOI SCHIATTARE.

Tolto il 3D, il plot è piuttosto minimal, concede qualche strizzatina d’occhio ai fan nostalgici (Cap cha dialoga con il computer di bordo, se non avete visto la serie penserete che è un minchione…), butta lì giusto un paio di scenette strappalacrime, mostra azione alle volte un po’ ripetitiva, fa fare la doccia a Kei, perché mostrare Kei che si fa la doccia è un topos per quello sporcaccione di Matsumoto e alla fine se ne esce con un colpo di scena tipo Dark Knight Rises.
C’è tanta roba, troppa, messa insieme in maniera caotica e poco ispirata. Ah, poi Capitan Harlock c’è davvero pochino per un film che si intitola “Capitan Harlock”. 

Perché mi fanno sempre fare la doccia? Avrò un cattivo odore?


In estrema sintesi un giocattolone pretenzioso, non riuscitissimo, apprezzabile per certi spunti estetici, povero rispetto al materiale di origine.
Però il 3D è figo sul serio.
Mannaggia, ‘st giappi, se ci sanno fare col 3D. L’unico neo è che la profondità a un film non basta darla con il 3D. Ci vuole anche un pochetto di storia, approfondimento dei personaggi, e non guasterebbe una certa aderenza al titolo.
Sospendo il giudizio, e lo dichiaro passabile.

lunedì 10 febbraio 2014

The end, yo. Un'elegia dello Spettatore Occasionale per Mr. White


Mi sono sparato tutto BB in poco meno di un mese e mezzo, convinto dalle parole di Luotto sull'unico sito dell'Internet Intero che meriti davvero di esistere.

Il viaggio è terminato.

Quando succede, sei spinto a fare bilanci. Scrivo queste righe con in sottofondo Harvest di Neil Young, in una giornata di pioggia di un febbraio in fasce.
Il viaggio è terminato e il tempo dei saluti con esso. Però qualcosa è rimasto, dentro; una serie di emozioni, di suggestioni, di avvenimenti, un certo senso di colpa e un indefinibile desiderio di avere ancora la possibilità -per una sola volta, magari -di avere davanti Saul, Huell, Walter Jr. o Hank, Mike o Gus.
Quali farneticazioni sono mai queste, direte voi? Se ve lo state chiedendo, significa che siete rimasti fuori dal gorgo di Breaking Bad. Consideratevi fortunati. Fate un bel respiro. Guardatevi intorno. Pensate a chi vi vuole bene, pensate alle persone che amate, al vostro lavoro, al vostro mondo. Fatto? Ora prendete un po' di ...COLLA VINILICA, sniffatela e lasciatevi precipitare in un vortice di inganni, autoinganni, deriva morale, vittorie e sconfitte, vittorie con dentro sconfitte, abbandono, caduta e rinascita, rovina e riscossa, omicidi e leggenda.
Tutto questo è Breaking Bad.
Siccome non saprei come fare a parlarne senza svelare nulla, devo inserire uno SPOILER ALERT sin da ora. Quando ricomincerò a parlare in linea generale, verso il fondo, lo toglierò e, se vorrete, potrete continuare a leggere..
Un post a blocchi; partiamo con il primo.

venerdì 29 novembre 2013

Lo Spettatore Occasionale vuoi dire fiducia: SPOILER su John il Rosso in arrivo!

Come molti di voi certamente ben sapranno, quest'anno ci sono stati una grande moria delle vacche (pausa) e, pochi giorni fa, l'episodio numero otto della sesta stagione del serial TV intitolato The Mentalist. 

Ehi, dove diavolo è il mio [OMISSIS]? Senza il mio [OMISSIS] non posso sconfiggere Red John!


Siffatto episodio aveva l'ingrato compito di mettere la parola fine alla lunghissima saga di John il Rosso, nemesi di Patrick Jane e Villain carismatico della serie.
Dopo sei anni di peripezie, approfondimento dei personaggi, episodi mediocri, episodi affascinanti ed episodi così così, si è giunti a conoscere la verità sul cattivone. Giova ricordare che codesto losco individuo nel corso della serie è riuscito a mettere in piedi una rete criminale mica da ridere, con infiltrati nelle forze dell'ordine, in politica, nei servizi segreti, ovunque. Ha manipolato le persone a proprio piacimento, per giocare con Jane un'estenuante partita a scacchi durante la quale sono state sacrificate pedine importanti per il nostro amato mentalista biondiccio. Un novello Moriarty, sempre un passo avanti rispetto a tutti quanti, sveglio, astuto, pericoloso, contrapposto all'adattamento moderno di Sherlock Holmes incarnato da Patrick. Un genio, in poche parole, a criminal mastermind.
È riuscito Bruno Heller, autore di The Mentalist, a concludere degnamente la faccenda, confezionando un ultimo atto intrigante e adrenalinico, restituendo a Red John la dimensione epico-tragica che dovrebbe appartenergli?

SPOILER

Vaffanculo, Bruno Heller.

SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER
Se volete gustarvi la sorpresa, smettete di leggere. Inviate una raccomandata al vostro provider Internet per disdire l'abbonamento, sotterrate lo smartphone, andate a vivere in un capanno in alta montagna e cessate di comunicare con chiunque. Poche ore dopo la messa in onda negli USA dell'episodio, la rete era già piena di informazioni sull'identità dell'uomo di malaffare che a suo tempo aveva ucciso moglie e figlia di Jane; sappiate che lì fuori ci sono mille sirene pronte a tentarvi.
Ritenetevi avvisati.
Ora procedo.
John il Rosso è...

SPOILER
Lo sceriffo McAllister.

Giustamente mi farete osservare che era (apparentemente) morto al termine della puntata numero sei, al che io vi risponderò Agatha Christie e la chiudiamo lì.
Altri mi sottoporranno il quesito: Chi straminchia è lo sceriffo McAllister? 
È un tizio che compare in alcuni episodi, sin dalla prima stagione. Fa lo sceriffo ed è abbastanza anonimo.
Passiamo sopra alla mera questione identitaria della nemesi di Jane e domandiamoci se vi sia epicità nella rivelazione, nell'incontro, nello scontro e nella soluzione.
La risposta è:

L'arma con la quale l'Eroe sconfigge il Cattivo: il temibile Piccione.


SPOILER
Vaffanculo, Bruno Heller.
No. Epicità non pervenuta.

Dopo sei anni (72 mesi, 312 settimane, 2.190 giorni ) io mi aspetterei un minimo di calma nel pianificare un finale decoroso; non ho fretta, Bruno, vai tranqui, pigliati il tempo che ti serve. Fai succedere le cose con logica e con partecipazione. Non con gente che si rincorre per quaranta minuti, perché in quel caso non è la fine di Mentalist, ma di Wile Coyote. 
Capito, Beep Beep Heller?
Il problema sostanziale sta nel fatto che The Mentalist, serie tutto sommato mediocre, poteva osare una soluzione ricercata, e regalare (che ne so) un trittico di puntate finali correlate, capaci di offrire al pubblico qualcosa da ricordare... e invece. 
In sostanza accade quanto segue: dopo anni e anni e anni (e anni) di indagini, Patrick restringe la lista dei sospetti che potrebbero essere John il Rosso a sette nomi. Tutti e sette sono un po' loschi e misteriosi, e ciascuno di loro ha una fobia particolare: c'è quello che soffre di vertigini, quello che ha paura dei ragni, quello che teme gli uccelli (ah ah ah ah ah). Nel corso della puntata precedente, uno dei sospetti,  Bertram, mentre si trova in fuga dà appuntamento a Jane per chiarimenti finali. Jane parte per raggiungere il luogo d'incontro, incidente, FBI che blocca tutto. Jane riesce a fuggire grazie ai colleghi del CBI. Altro giro, altra corsa. Appuntamento. Bertram non è John il Rosso. Schiatta. Entra McAllister (quello che aveva paura degli uccelli) (ah ah ah ah ah ah). È LUI John il Rosso. Minaccia Jane con una pistola, ma (udite udite) LO LASCIA PARLARE COME UN PIRLA PER UN PO'. Perché se sei un Villain che si rispetti, in condizione di manifesta superiorità sul tuo nemico, allora devi essere un po' minchione e consentire che quell'altro ti metta con le spalle al muro. Devi proprio, è nel contratto di ogni Villain Minchione che si rispetti.
Jane ribalta la situazione mettendo in mano a John mollica di pane e tirandogli addosso un piccione, che aveva sotto la giacca. Da quando era sotto la giacca? Dove l'ha preso? Quindi sapeva già tutto? Quando ha capito che Red John era McAllister?  
Lo sceneggiatore da Lei cercato non è al momento raggiungibile, la invitiamo a riprovare più tardi.
Jane prende una pistola nascosta in loco (vedi sopra per le domande da porsi) e spara a McAllister-John il Rosso. John, ferito, fugge grazie all'intervento di una complice. Patrick e Minchione si rincorrono per un po'. Raggiungono le tombe di moglie e figlia di Jane. John ammette di sentirsi in colpa per quel che ha fatto e di aver paura. Jane lo strangola, poi se ne va. 
Fine.
Partecipazione zero.

Non c'è un crescendo di tensione, non c'è un personaggio oscuro con cui confrontarsi, ci sono tizi che si rincorrono e morta lì.
Le due figure (nel narrato di The Mentalist) sono profondamente collegate, sono l'una il rovescio della medaglia dell'altra. Nel momento in cui si confrontano, ci si attende che non sia soltanto una sparatoria a costituire la dialettica tra di loro, ma un vedere riflessi l'uno nell'altro aspetti di sé. Jane è un po' John il Rosso, e John il Rosso è un po' Jane; tale mescolanza di carattere non ha spazio nell'episodio, e Heller preferisce un canonico bianco e nero a scale di grigi più problematiche. Alla fine a me non me ne fregava una ceppa di nessuno; né del deludente John, né della scelta di Jane di agire da solo per la propria vendetta, né di tutti quegli altri comprimari, privi di lavoro per la chiusura del CBI e chirurgicamente rimossi dalla sceneggiatura. 
Una grande tristezza. 
Immediato viene da fare il confronto con la serie BBC Sherlock, reinterpretazione in chiave moderna delle avventure di Holmes e Watson. Il finale della stagione due, con il duello tra Sherlock e Moriarty, è roba da cardiopalma e lacrime. Non si tratta soltanto di struttura narrativa, ma di sceneggiatura, costruzione delle scene, montaggio, colonna sonora, interpretazione degli attori... Quella è partecipazione, quella è tensione, quello è un finale.
Io capisco la necessità produttiva del Cut to the chase, ma nel lavoro di Bruno ci sono troppi chase e troppo poco altro da tagliare. 
E poi, lasciatemi dire che 'sto tizio che dovrebbe essere John il Rosso è uno sfigato. Criminal Mastermind 'sto qua?

John il Rosso, prima di essere colpito da un piccione.


SPOILER
Vaffanculo, Bruno Heller. 

Non so come e quando The Mentalist finirà (perché la serie prevede ancora alcune puntate), ma me ne fotto. Quel che mi turba è che intendono affidare a Bruno una serie intitolata Gotham, ambientata nell'universo DC e incentrata sulle vicissitudini di un giovane Jim Gordon e la pletora di cattivi che diverranno avversari dell'Uomo Ratto Volante. 
Una roba da far tremare i polsi. 

Riuscirà Heller a riprendersi dopo 'sta delusione mostruosa di John il Rosso? Stay tuned per saperne di più!

giovedì 28 novembre 2013

La decadenza non è una danza, ma amara sostanza per un uomo de panza. Firmato: Il Cittadino Occasionale

Mentre tutto quanto il circo al quale la politica nostrana ci ha abituati, giungendo infine a narcotizzarci, fa bella mostra della propria mostruosità, sento il grande vuoto lasciato dalla domanda chiave, che mi sembra nessuno abbia l'ardire di fare.
Poniamo che, in un qualunque altro paese al mondo, un uomo politico importante sia condannato per un reato ai danni della comunità (perché Frode Fiscale quello significa); poniamo che tutti attendano il pronunciamento dell’ennesima assemblea di rappresentanti della nazione per sapere se questo politico si leverà dai marroni oppure no; poniamo che si viva un quotidiano stillicidio di dichiarazioni, prevaricazioni, anatemi, piagnistei, filippiche e orazioni; secondo voi, considerate le premesse di cui sopra, è possibile che nessuno si ponga la domanda delle domande?
La domanda delle domande è: (mettetevi seduti, prendete fiato, fatevi coraggio)
 

PERCHÉ NON SI È DIMESSO SPONTANEAMENTE?

Non dopo l’ultimo grado di giudizio, ma prima. Prima del primo, magari. Per decoro. Rispetto del proprio paese, dei propri concittadini, della propria dignità.
Esiste la dignità in Berlusconi? La risposta è:
AH HA AH AH AH AH AH AH HA AH AH AH AH AH.


Che meraviglia, che classe, che stile inconfondibile.
Beh, no. Non esiste. 
Zero. 
Nessuna traccia.

Mentre si parla di fine di un’epoca, di caduta di un gigante, di gigantesco crollo di una figura ingombrante, di ingombrante e gigantesca caduta di palle di fronte a un nano dall’ombra chilometrica, il mondo seguita a roteare su se stesso, gli altri paesi vivono vite in cerca di una parvenza di normalità e noi restiamo ipnotizzati a osservarci l’ombelico.
Come ho già avuto modo di osservare in precedenza, il Silvianesimo continua a dar prova di grande radicamento, di estrema forza. Valletti, paggi e donne di piacere starnazzano intorno al loro Leader (vecchio e consumato), parlandosi addosso e dipingendo un quadro silviocentrico all’interno del quale la sola effigie del Re è chiara, mentre tutto il resto è uno sfocato insieme di colori.
La Biancofiore (alla quale auguro un momento di lucidità, uno solo, in cui la drammatica presa di coscienza di ciò che è e di ciò che rappresenta la spinga a tacere per sempre) dichiara: "Quando le donne vedono un uomo ricco, ci si buttano a pesce".
Michaela. Michaela (con l’acca) cara.
Michaela mia, io temo che UNA donna nello specifico si sia buttata sul PESCE di un uomo ricco, e se ti fischiano le orecchie, forse è perché ne sai qualcosa.



Brunetta dice robe turpi di chiunque, gioca con le parole ("grandi intese, piccole intese, governo di sinistra"). Bondi (dal fisico falliforme, con una testa a cappella che induce a pensare che sia una grandissima, viscida testa di QUARZO) graffia Formigoni, Formigoni, altro uomo priva di alcuna dignità, continua a sedere e battibeccare con quegli altri, Cuperlo e Renzi si prendono a parole e si rendono ridicoli con battute da quinta elementare, Vendola inciampa in un’intercettazione da brividi, Grillo continua a chiedere la testa di Napolitano, e al contempo insiste nel volersi appropriare dei meriti (?) della caduta del decaduto.
La politica italiana è Berlusconi. Si articola in maniera antitetica intorno a lui. Ci sono quelli a favore e quelli contro, due macrocategorie; scendi di livello, trovi ulteriori divisioni. Tali divisioni sono ulteriormente disposte lungo una scala, secondo le attitudini di chi le popola. Ci sono quelli più volenti (nel difendere o nell’attaccare), i moderati, i border line, e poi Casini, che fa categoria a sé, uno che pur di tenere le natiche sulla poltrona arriverebbe a dire qualsiasi cosa.
C'è anche di peggio, eh. Tipo Capezzone.
Dichiarazione di Capezzone:
"Berlusconi si paragona a Napoleone e Churchill. Mi ricorda la barzelletta dei due matti: uno dice "Io sono Mosè e Iddio mi ha dato le tavole della legge" e l’ altro, offeso "Ma guarda che io non ti ho dato niente!". Ecco, lui potrebbe essere il secondo matto, mentre per il novello Mosè bisogna scegliere tra Bondi e Fede" (Corriere della Sera, 2006).


Non è magnifico che dietro quest'uomo ci sia la scritta "MARKETTE"?
  
Daniele, basta così? Ti mordi questa linguetta dispettosa?

Berlusconi non è il male più grande dell’Italia, ma certo non è stato per l'Italia portatore di grandi benefici.
Innanzitutto, con il Silvianesimo la politica è diventata ShowBiz, i fatti sono scomparsi a favore delle descrizioni, la realtà si è trasformata in narrazione, la visione delle cose è stata sostituita dalla percezione. Lo schema ha funzionato e ha stabilito regole ferree: apparire, apparire, apparire. Dichiarare, dichiarare, dichiarare. Smentire, smentire, smentire.
La sovraesposizione di sé propria del Cavaliere ha generato un’alterazione della percezione; che lo si condivida o meno, Berlusconi è diventato necessario alla politica, anzi, di più: quasi sinonimo di politica. La sua strategia di marketing ha funzionato alla grande: depauperamento della cultura in politica, in società, nella comunicazione. Perché due categorie di persone possono pensare che il controllo dell’informazione e dell'intrattenimento operato da Berlusconi non abbia avuto effetti sulla popolazione: persone sprovvedute o persone in malafede. La comunicazione ha un potere immenso. Non si tratta soltanto di pubblicità o di spettacolo: saper utilizzare tecniche specifiche del settore restituisce un immenso potere, e tale potere fa ottenere risultati.
Mediaset (o Fininvest, come si chiamava prima) ha depositato un sostrato culturale innegabile. Associato a esso, ha distribuito idee, ideali e valori che sono stati determinanti nella formazione di almeno una generazione. Uno dei motivi per cui ha funzionato risiede nel fatto che, almeno in Italia e ancora oggi, la televisione come mezzo di informazione e formazione è ritenuto affidabile, e un’informazione o un concetto rilasciati attraverso di essa sono recepiti come oggettivi.
Chi scampa la televisione, viene raggiunto dalle testate giornalistiche violente edite dalla famiglia B o da altre forme di trasmissione del messaggio. La carta stampata del gruppo ha sdoganato l’uso di parolacce in prima pagina, l’insulto, lo sberleffo inserito in un contesto di serietà, prendendo precipue caratteristiche dei giornali satirici (per esempio il linguaggio colorito de "Il Vernacoliere") e affiancandolo alle linee guida di riviste "di regime", di partito, settarie e ostili a tutto ciò che rappresenta altre forme di pensiero o di giudizio.


Esempio di giornalismo misurato e per nulla sensazionalistico.


La trasmissione di un messaggio non è soltanto la consegna di un significato, ma anche (e in certi casi soprattutto) la modalità di consegna, la creazione di un significato attraverso la scelta del mezzo utilizzato per diffonderlo e la ragnatela si sottintesi che sta dentro al messaggio stesso. La carta vincente del Silvianesimo è da  un lato il vittimismo (tutti ce l'hanno con il povero Silvio, tutti lo insultano, lo osteggiano, rendono impossibile che realizzi le grandissime imprese che avrebbe tutte le capacità di portare a termine), dall'altro il disprezzo figlio di un senso di superiorità. Silvio si sente (e si mostra) superiore a tutti. Anche davanti ai suoi accoliti. Egli è migliore, in ogni ambito.
Chiedete a Zoff.
Non accetta critica, né sopporta il dialogo. Il Silvianesimo (così come la politica vista dal dinamico duo Grillo - Casaleggio) è monologica, non dialettica. Di fronte al dialogo, arretra, si arrocca e lancia attacchi. Se rifiuta il contatto con altro da Sé, non soltanto è uno sterile monologo, ma addirittura un atto masturbatorio. Non porta a nulla, non genera figli, è determinata e mossa soltanto dal desiderio di compiacersi.
Dopo vent'anni di una politica fatta di pugnette, ammetto di essere un po' stanco.
Non si tratta di disamore, quanto di totale assenza di speranze, di prospettive di cambiamento, di positività. Ieri sera ascoltavo Mulè dibattere con Augias a Otto e mezzo. Mulè incarna lo stereotipo del Berlusconiano DOC. Le tecniche oratorie sono quelle di tutti gli altri: si parla con supponenza, mancanza di rispetto per l'interlocutore; si provoca in continuazione, si impedisce il dialogo utilizzando strumenti triti e ritriti (interrompere l'avversario mentre parla, parlargli sopra), ci si dipinge come vittime di un qualche non meglio precisato "schema", che mira all'assunzione del potere calpestando tutto e tutti (i Comunisti, la Magistratura, la Sinistra, la Stampa in generale, i Movimenti di protesta o altri nemici intercambiabili), si ripete il mantra in voga nel periodo (con la reiterazione di determinate parole chiave), solite cose.
Nauseanti cose.


Mannaggia la pupazza.

Eppure gente in piazza ce n'è. Persone che accolgono la vulgata del Silvianesimo e partecipano con convinzione alla celebrazione del loro profeta; si ritorna al concetto di narrazione, mille miglia distanti dalla politica. È ShowBiz, baby.
E per tutti noi, osservatori stanchi e fiaccati da anni di repliche? Siamo un po' come Bill Murray in "Ricomincio da capo". La sveglia suona, scendi dal letto, scopri di essere intrappolato in un eterno ieri, un giorno già vissuto destinato a ripetersi in eterno.
Sono un maledetto sognatore, lo ammetto. Fino a qualche anno fa avrei detto che per interrompere il sortilegio la ricetta è semplice: fare cultura. Punto.
Oggi? Ammetto di non esserne più tanto sicuro.

Siano ancora nella notte del Silvianesimo, un'epoca oscurantista e fastidiosa, popolata da cortigiani e da uno che ha fatto danni incalcolabili al sistema Italia pur riuscendo a mantenere un'immagine di Sé vincente. Un uomo che ha guidato la più ampia maggioranza di Governo della Storia Repubblicana, eppure è riuscito a non combinare un piffero. Uno che viene amato dalle persone più umili, più deboli e da quelle più asservite e opportuniste. Una notte senza stelle, caliginosa e terribile.
Come si esce da questa notte?
Saperlo, Signora Mia...
Gli schiamazzi di Renzi, Grillo e Silvio riempiono il buio di un assordante frastuono, una comunicazione fondata sul chiasso e non sul messaggio, una comunicazione massiva, piena di informazioni, di contrasti, di elementi simili, ma priva di un contenuto "univoco" e riconoscibile, un concetto che in semiotica si chiama "rumore".
La danza che ci fanno danzare è uno sconclusionato sistema di passi scoordinati, utile a far passare il tempo mentre altri consumano le nostre prospettive.
Forse dobbiamo continuare a provarci: fare cultura, ognuno nel suo piccolo. Criticare, proporre, costruire. Riscoprire il gusto e la necessità del dialogo.
Magari non servirà, e un giorno scopriremo di non aver ottenuto grandi risultati... Ma almeno potremo dire a noi stessi di averci provato.