lunedì 18 novembre 2013

Violenza: uno studio comparato del Blogger Occasionale

Quando si affronta il tema della VIOLENZA, è sempre bene farlo con cautela.


Marchio registrato.

La violenza è uno di quegli argomenti che inducono la gente a tenersi a debita distanza, fischiettando, oppure prendendo immediatamente la posizione della maggioranza. “La violenza è orribile”, “La violenza è un abominio”, “La violenza è il peggio dell’umanità”.
Per questo vorrei parlarvi di un libro molto violento. Ha ottenuto una grande fama, diciamocelo, anche se la ritengo immotivata. Credo sia il libro più venduto. Quando dico che è violento, dico sul serio, eh. Mica pizza e fichi, è una roba piena di sangue, teste mozzate, fanciulle discinte, centinaia di carneficine.
Per dire, c’è un tizio che fa decapitare i figli di una persona che non gli va a genio, settanta capocce, e a un certo punto c’è ‘sta frase qua: “Quindi posero le loro teste nei panieri e le mandarono da lui”. Ribrezzo! Settanta teste nei panieri!
Violenza! Epperò ‘sto libro vende.
Poi c’è questa storia, praticamente un tizio ordina un attacco a una città, la città viene distrutta e come ciliegina sulla torta capita questo: “(…) fece sventrare tutte le donne incinte”.
Cazzo, che botta. Una roba turpe.
Ma non finisce qua: sentite che fine argomento legislativo viene introdotto. Un re stabilisce una legge; per cautelarsi introduce una norma secondo la quale, se qualcuno mai dovesse pensare di modificare la nuova legge, ebbene a ‘sto folle capiti che: “si tolga una trave dalla sua casa, la si rizzi ed egli vi sia impiccato. E poi la sua casa sia ridotta a letamaio”.
Minchia. “A letamaio”.
Che storia! Un indizio: non è “A game of Thrones”.
Ci stanno pure gli orsi. “Allora uscirono dalla foresta due orse, che sbranarono quarantadue fanciulli”.
E poi, signori, il capolavoro assoluto, la violenza delle violenze, il punto più basso di ‘sto libro infame. Dei tizi assediano una casa, e minacciano di far del male a un ospite del proprietario. E con la frase “fare del male” intendo dire che vogliono inserire il loro tronchetto nel vaso di quel signore. Mi sono spiegato?
Insomma, si vogliono ingroppare il tizio.
Allora il padrone di casa che lo stava ospitando, per venir fuori dalla delicata situazione, se ne esce con la trovata del secolo: “Ecco qua mia figlia, che è vergine, e la concubina dell’uomo; io ve le condurrò fuori e voi abusatene e fatene quel che vi piacerà; ma non commettete contro quell’uomo una simile infamia!”.
Capito? Inchiappettate mia figlia e la moglie del mio ospite, ma non il mio ospite! Che gran soluzione!
E poi ci si lamenta se i ragazzi si menano, se ci sono le guerre, se chi gioca ai videogiochi poi diventa un omicida di massa. La violenza viene diffusa anche dai libri! Son letture che ti segnano, che ti turbano, che ti instillano un senso di rappresaglia, di vendetta, di sete di sangue. Come può la società civile sopportare che simili cattivi maestri vengano dati alle stampe e diffusi impunemente?
La violenza è in ogni prodotto che ci circonda: negli iPhone costruiti da operai ridotti a schiavi, nella passata di pomodoro resa possibile dall’abuso di lavoranti sottopagati, nalla competitività alimentata sin da quando siamo in fasce, nel sottotesto della ricerca del successo (“Mors tua, vita mea”), in mille altre cose.
E poi i film violenti, maledizione, cosa vogliamo dire? Cosa si può pensare di Tarantino, se non che intende fomentare i selvaggi che vedono i suoi film? E Di Cronenberg? E poi quell'altro ancora, John Woo? O tutte quelle pellicole dell’orrore dove ci stanno gli zombie che ti sbocconcellano manco fossi un bastoncino Findus? Oh, Dio ce ne scampi.
Se può.
Però non so se Dio può.
Perché il libro di cui parlavo prima si intitola “La Bibbia”.

Ancora vivi?
Fate un bel respiro.
Ancora uno.
Ancora uno.
NON SMETTETE!
Oh, se smettete schiattate, me l’ha detto uno che fa il medico!

Morale della favola? La violenza del mondo non è la violenza del cinema, dei videogiochi o di certi libri (questa volta alludo proprio a “A game of Thrones”): appartiene all’umanità. A noi tutti. È compito delle società trovare strumenti per sublimarla, sbarazzarsene prima che da attitudine sopita diventi mattanza. Questi strumenti possono essere culturali, artistici, sociali. Reprimerla non porta a grandi risultati, e nemmeno ignorarla. Non parliamo del caso in cui venga assunta a modello governativo o economico, e fatta passare per altro.
Perché questo post inconcludente? Perché mi sono rotto i –BEEP- di gente che si ferma alla superficie dei fatti, concentrandosi su come appaiono le cose piuttosto che su quel contengono o vogliono dire. Perché l’approssimazione e il pregiudizio sono due elementi che dovrebbero mettere in allerta: tanto più sono diffusi, tanto meno la società che li esprime ha tempo davanti prima di un inevitabile collasso.

O forse è solo che è lunedì, piove, e la situazione è quel che è.
Un messaggio di speranza, alla fine.
Alfano, siamo tutti con te. 
Anche Dio è con te.

Ops.


Quindi…occhio!!!!!!

sabato 16 novembre 2013

The Host, aka Gwoemul, aka Renato Brunetta NON CONTENUTO, aka Lo Spettatore Occasionale e il Monster Movie quasi definitivo

Gli ingredienti che rendono un monster movie un buon monster movie sono in sostanza quattro: che vi sia un crescendo di tensione e devastazione, che l'azione sia gestita bene e dosata in maniera soddisfacente, che i personaggi e le loro dinamiche siano interessanti, ma non centrali e che, infine, ci sia un mostro.





Dov'è KFC? Dov'èèèèèèèèèèèèèè?

Un mostro realizzato in modo decoroso, con personalità, possibilmente feroce o, al contrario, verso il quale provare empatia.
Ci sono monster movie riusciti (Gojira, 1954), riusciti a metà (Cloverfield, 2008) e non riusciti manco per il cazzo (Godzilla, 1998). E poi c'è Pacific Rim (2013), che meriterebbe un discorso a parte.
Pacific Rim, che è, ricordiamolo, un capolavoro fatto e finito.
Punto.
A capo.
Andiamo avanti.

Se partiamo dall'assunto secondo il quale i monster movie sono nati con King Kong (USA, 1933), ma esplosi più tardi con Gojira (Giappone, 1954) e le sue filiazioni, è logico pensare che l'estremo oriente abbia una certa sensibilità rispetto al tema, e riesca a maneggiarlo con perizia e inventiva. Non soltanto gli amici del Sol Levante sanno cucinare titani gommosi spaccatutto, ci stanno anche i coreani! I coreani spaccano! Non nel senso che sono dei mostri, sia chiaro. Non sono dei mostri. Non tutti, che io sappia. Forse quel pazzo che ne governa un pezzo. Quello è pazzo sul serio. Ci starebbe pure bene in un monster movie, a onor del vero. Fosse un po' più alto, non dico otto piani, ma almeno un metro e mezzo.
Punto.
A capo.
Andiamo avanti.




Sticazzi.



Il film di cui vorrei parlarvi oggi si intitola Gwoemul, che in coreano significa "Renato Brunetta". No, non è vero. In coreano "Renato Brunetta" si dice "Tyrion Lannister". Nemmeno questo è vero. Cazzo ne so come si dice Renato Brunetta in coreano, immagino si dica Renato Brunetta, punto.
Gwoemul, pellicola sudcoreana del 2006 diretta da Bong Joon-ho, è un Kaiju movie con tutti i crismi. Un plot basico, personaggi interessanti, ma non ingombranti, un mostro schifoso e affascinante al tempo stesso. Alla distruzione totale sostituisce una serie di uccisioni creative, dovute in gran parte al fatto che il pescione protagonista non è sufficientemente sviluppato per riuscire a buttare giù un grattacielo dopo l'altro.
Gwoemul (che in coreano significa letteralmente MOSTRO) funziona sin dalla prima scena, sfoggiando un cura minuziosa nei dettagli e una fotografia raffinata. Il gioco di luci nel laboratorio in cui si consuma l'antefatto, e subito dopo il suicidio di un tizio che si getta nelle acque del fiume Han, definiscono perfettamente una cornice di tensione e di abbandono, suscitando sensazioni di spaesamento, di ineluttabilità, di minaccia. Il grigio è il tono dell'overture, il tocco che mette in mette in moto il meccanismo.

Contrariamente ai classici film di mostri, Gwoemul dimostra un certo coraggio. Per prima cosa, come già anticipato, riduce le dimensioni della creatura protagonista, scegliendo un design più naturale rispetto a linee guida fantastiche. Naturale nel senso che sembra vagamente un pescione mutante, oh, non dico che domattina potreste trovarne uno in giardino... Altrimenti finisce poi che metto in allerta gli autori di Mistero e ve li trovate alla porta in men che non si dica...
In secondo luogo non lesina nel mostrare il proprio protagonista: l'essere compare in una memorabile scena a pochi minuti dall'inizio e lo fa in pieno sole, a pochi passi dal fiume, in un luogo aperto dove ci sono persone che pranzano, giocano, ascoltano musica sdraiate nei prati. La sequenza con la quale viene introdotto il mostro è perfetta: c'è una lontana apparizione di qualcosa che da un ponte scivola in acqua, si genera tensione. In apparenza scompare. Si genera aspettativa. In lontananza si profila una sagoma sgraziata, che si avvicina al protagonista umano con incedere sgraziato e minaccioso: il commento musicale è minimo. Il montaggio che segue efficace e terribile: una carneficina annunciata. Ecco a voi la scena incriminata.





In seguito all'attacco, scompare una ragazzina, figlia del tizio che all'inizio si era tolto la vita. I parenti (una combriccola sui generis, variegata, buffa ma non stereotipata) si mettono in testa di vendicare la piccola. La famiglia intera inizia a dar la caccia alla creatura.
Da quel momento in poi è azione, frenetica e mai scontata. Le sorti dei membri della famiglia in cerca di vendetta, vi terranno appiccicati allo schermo, e di certo non rimarrete delusi da quanto vi attende. Aggiungiamo a tutto questo un pizzico di sottotesto politico (l'ingombrante presenza dei militari americani in Corea, responsabili con l'inquinamento sconsiderato da loro prodotto, della nascita del coso pescione gigante), dinamiche tra personaggi notevoli e un body count non indifferente, e il monster movie (quasi) perfetto è servito.

In tutto ciò, come si configura Renato Brunetta? Direi in nessun modo, non c'è, non ha niente a che fare con questo film, è un'ossessione la vostra. 
 


AAAAAAAAAAAAARRRRRRRRRRRGGGGGGGGGGGHHHHHHHHHHH!


Non intendo aggiungere spoiler, godetevi lo spettacolo. Vabbè, vi dico soltanto che -SPOILER- non finisce malissimo. Ecco.

Amanti di una SF vecchio stile, amanti di mostri giganti, amanti di onesto cinema d'azione coreano (con effetti speciali della WETA, dai, diciamolo), amanti della frittura di pesce, e amanti dei brividi, questo film fa per voi: inseguite Gwoemul con la famiglia più disfunzionale della recente storia cinematografica coreana di Kaiju movie, scegliete l'arma che preferite e godetevi lo spettacolo!

mercoledì 13 novembre 2013

"I am Man (pausa) Borg", disse il nuovo idolo dello Spettatore Occasionale

Quando ho letto che questo film è costato 1.000 $, mi sono rannicchiato sotto una scrivania e ho pianto.
Ho pianto perché, se questa faccenda è vera, allora siamo tutti robetta e Steven Kostanski.è un califfo.


Amico mio, mi hai appena comprato
Manborg (2011) non è soltanto un film, è qualcosa di diverso: è la prova che fantasia e capacità possono sopperire alla mancanza di finanziamenti, che puoi infarcire una produzione di dollari senza necessariamente riuscire a realizzare qualcosa di rimarchevole. Se confrontiamo questa pellicola con un’altra dal budget decisamente superiore (per dirne una, Prometheus di Scott), ci rendiamo subito conto che non c’è storia. Manborg è un tripudio di trovate visive uniche, caratterizzato da un’estetica che è tutto meno che scontata, sorretto da una regia dinamica e citazionista, mentre Prometheus è una cagatella che inizia con DragonBall e finisce con Futurama.

E con ‘sta roba nera Lindelof ha rotto il cazzo. E prima mi metti il fumo nero in Lost, e mi sta bene. E poi il nespresso alieno in Prometheus, e passi. E ancora il sangue di Cumberbatch in Star Trek into darkness, nero pure quello: amico, senza offesa, ma hai davvero rotto the big C.

Il simpatico collettivo Astron-6 (entrato nelle grazie della Troma non per nepotismo, ci tengo a sottolineare, ma perché sono psicopatici e non fanno nulla per nasconderlo) intende omaggiare il cinema action SF anni ottanta, roba tipo Terminator o Robocop, inserendo citazioni che spaziano da Return of the Jedi, a Doom (intendo dire il videogioco, non il film con The Rock), a certe intuizioni del Verhoeven migliore, al Raimi artigiano degli esordi, a Burton prima che diventasse una macchinetta emo cacasoldi, alle aberranti avventure dei Power Ranger con i nemici gommosi, a Ray Harryhausen e a mille altre cose. La storia è semplice: una terribile guerra tra gli abitanti del pianeta Terra e le truppe infernali sconvolge l’umanità. Il protagonista è un soldatino al fronte, durante uno scontro con il leader dei malvagi (tenetevi forte: Count Draculon) perde il fratello e viene ucciso. Il corpo del nostro viene utilizzato per creare un Cyborg, Manborg, che si unirà a una varipinta masnada di ribelli e lotterà al loro fianco per porre fine all’impero del male.
Ora, considerata l’epicità del contesto, vi domanderete come minchia sia possibile aver girato una roba del genere con 1.000 $. A tale quesito lascio che a rispondere sia il trailer.



Non si respira aria di genialità? Io credo proprio di sì. È puro intrattenimento old school, una commovente dichiarazione d’amore per un cinema che diventa sempre più raro (ammesso che ancora esista). Non ci sono tempi morti, non ci sono scene inutili o riempitivi frustranti, soltanto il minimo indispensabile per tenere in piedi la struttura del film. La mancanza di fondi ha reso necessario un massiccio utilizzo di green screen: un presunto limite che ha contribuito a proporre soluzioni estetiche che sembrano una versione di Tron sotto LSD. Tutto è retro: dai fondali, ai mostri animati in stop-motion, alla linearità del plot, all’idea portante del futuro distopico che viene rappresentato. La follia di Kostanski è in ogni dettaglio: i personaggi sono archetipi e stereotipi di una certa SF, omaggi all’horror (Draculon / Dracula, la ribelle Mina porta il nome della moglie di Harker, uno dei protagonisti del Dracula letterario di Stoker), personaggi che richiamano icone pop, come il tizio che sembra Billy Idol, la vertigine data dal doppiaggio insensato di Number One Man, esperto di arti marziali con dizione da primo attore del Globe Theatre.
Che roba, gente. Diverte, appassiona, mescola le carte, ma soprattutto non inganna e si mostra per quel che è. L’ipertrofia di certi prodotti d’intrattenimento delle Major (specialmente negli ultimi anni), che sono pieni, saturi, strabordano, che offrono troppo nel tentativo di accontentare tutti è lontana anni luce. Il risultato è che spesso risultano indigesti (vedi Man of Steel, mortacci sua). Astron-6 invece procede per sottrazione: leva di mezzo tutto quel che non serve e garantisce un prodotto magro, agile, bio. Alleggerisce, non appesantisce. Per dire, c’è questa scena: Manborg si risvegla e vaga per una città futuribile: luci al neon dappertutto, bizzarri veicoli che sfrecciano per le strade, degrado, messaggi pubblicitari del nuovo governo infernale. Improvvisamente si imbatte in una serie di mostri (?) che menano dei tizi. Interviene, patatrac, incontra Number One Man, fugge con lui. I mostri saltano sul posto e sotto i loro piedi si materializzano degli skateboard costituiti da una sorta di energia violetta fluttuante, quindi inizia un folle inseguimento cittadino.
Oppure beccatevi questa:



Puro intrattenimento. Onesto, fresco, veloce, lisergico e con un finale… Un finale semplicemente da urlo.
1.000 €. Ci tengo a sottolienarlo.
Leviamoci il cappello dinanzi agli Astron-6.



Ho come la sensazione che stia per accadere qualcosa di brutto.
 Guardatevelo subito tutti!
È un ordine di Count Draculon!

lunedì 11 novembre 2013

Il Videogiocatore Occasionale: Toy, Mirror, Art.

Nel 1977 era il 1977.
Lo so che è una notizia sconcertante. Immagino che si debba scendere a patti con rivelazioni del genere. Che ci vogliamo fare, è la vita.
Magari uno potrebbe essere portato a pensare che nel 1977 non era il 1978 o il 1976 o il 1980, ma precisamente il 1977.


Ti dico che sono il 1977, tiggiuro!

Consapevole di questa faccenda, il professor Paul Levinson (all'epoca studente) scrisse una breve dissertazione dal titolo "Toy, Mirror, Art; The metamorphosis of technological culture". All'interno di questo testo, il futuro professore di comunicazione e media alla Forham University di NYC tracciava un sistema di analisi della cultura tecnologica secondo il quale ogni invenzione che abbia impatto sulla comunicazione o l’intrattenimento attraversa tre stadi evolutivi.
I tre stadi sono elencati nel titolo: Toy, giocattolo. Mirror, specchio. Art, arte.
Che cosa significa tutto questo?
Cazzo ne so.

No, dai, scherzavo, rimettiamoci seduti e partiamo, con piglio più accademico questa volta.

Toy, Mirror, Art.
Prendiamo il cinema. Il cinema nasce grazie ai fratelli Lumiere.





Due tipi moderni.

La loro invenzione (la macchina da presa) è un "giocattolo", grazie al quale realizzano brevi sequenze filmate da mostrare in occasione di fiere, manifestazioni culturali, momenti di svago. La tecnologia è un gioco, il prodotto della tecnologia è un gioco: passatempi privi di dignità artistica. Toy.
Con l'evoluzione del mezzo e la diffusione della tecnologia, il cinema si interessa non tanto della meraviglia di intrappolare immagini in movimento (quindi non tanto del processo che consente di realizzare i filmati), ma di ciò che viene ripreso, dell'oggetto che viene inquadrato. In questo senso diventa testimone e specchio della realtà. Mirror.
Con la nascita fortuita del montaggio (evitate facili allusioni), il cinema scopre di poter raccontare oltre che mostrare. Il racconto diventa, insieme al mezzo, uno straordinario veicolo di significati, di emozioni, di suggestioni; un film non è più soltanto un artificio tecnico, ma un contenitore artistico. Art.

Il cinema è parte integrante di un complesso che possiamo definire "intrattenimento multimediale". All'interno di questo insieme di strumenti finalizzati a farci passare qualche ora in compagnia di suggestivi prodotti dell'ingegno umano troviamo anche -rullo di tamburi -i videogiochi.
Anche i videogiochi hanno attraversato le loro variegate stagioni, i loro step evolutivi, scanditi dalla progressione teorizzata dal buon vecchio Levinson.
Per paradosso, la fase Toy è inestricabilmente legata alle successive.
Tre esempi, uno per ciascuno stadio.



Pac-Man: Mangio fantasmi da più di trent'anni e non ho preso un etto.

Pac-Man  è un chiaro esempio di Toy, un gioco schematico, ripetitivo, caratterizzato da una meccanica semplice, ma al tempo stesso capace di conquistare e indurre a giocare. Un esempio più recente: Angry birds. Tirare piccioni con una fionda contro dei maiali. Wow.
Eppure è un gioco che prende, che innesca il meccanismo "ancora una e poi smetto", però poi non smetti.



The Kite: Ammazza, che passatempo ilare.
Fase Mirror: The Kite. Avventura grafica di un paio di anni fa, ricorda per meccaniche di gioco i vecchi e gloriosi punta e clicca. Ci sono quadri all’interno dei quali raccogliere oggetti e risolvere enigmi. Completate le prove di un quadro, si passa al successivo e così via.
Che cosa rende The Kite diverso? Il tema e il tono dell’aspetto narrativo. La storia che si dipana tra i quadri è quella di una madre alla prese con le difficoltà di crescere un figlio in una periferia degradata, con a fianco un marito violento. Lo sfondo è quello di una repubblica ex-sovietica, abbandonata e grigia, popolata da personaggi privi di speranza e dolorosamente schiavi delle proprie vite in "scatola". Seppure breve e non privo di difetti, The Kite mostra come attraverso una forma narrativa partecipata si possa affrontare un tema scomodo e disturbante, inducendo a riflettere. Non è poco.

Per il terzo stadio, Art, la questione si complica.
Quindi ne parleremo nel prossimo post dal Videogiocatore Occasionale.
Sarà un po’ un azzardo, un po’ una bestemmia (per qualcuno, forse), un po’ una forzatura.
Non si tratta di un gioco soltanto, ma di tre titoli.
Non aggiungo altro.
Alla prossima.

mercoledì 2 ottobre 2013

Il Cittadino Occasionale in "Italia. Ed è subito Crisi"

ANTEFATTO
Il presente post è stato scritto in più riprese. Scritto e riscritto, a essere onesti. Il motivo è presto detto. Finita una stesura, la situazione descritta nella dissertazione cessava di esistere, con sommo movimento di cabbasisi del sottoscritto. Pertanto si ripartiva da capo. E poi, inesorabilmente, vuoi Cicchitto, vuoi Giovanardi, vuoi Dudù mandavano tutto in vacca e via da capo.
Ora, so che la fiducia è stata ottenuta in Senato, e presumibilmente alla Camera sarà un gioco da ragazzi bissare questo grandissimo risultato (ironia inside). Non intendo modificare altro. Puppatevi un post vecchio. Perché nel nostro paese l'attualità è talmente fulminea che, finita di battere un'agenzia, è già ora di scrivere tutto il contrario. 

Domanda:
Se vi trovaste sepolti in un mare di merda, il vostro primo pensiero sarebbe:

A) Come fare a uscirne
B) Che tipo di cacca è
C) Come riuscire a trascinarci qualcuno in mezzo insieme a voi

Ah, la mia patria.
Siamo ufficialmente in crisi. Berlusconi, Silvio, il Caimano, il Nano, lo Psiconano, il Puttaniere, Mr Uveite che dir si voglia, ha posto il paese sotto scacco; e non per i motivi che ci vedete voi, malandrini. Nulla c’entra l’imminente decadenza, figlia di un illegittimo atto di potere del braccio armato della Sinistra. Il Pdl, in fieri Forza Italia, non ci sta e stacca la spina a Letta poiché è stata aumentata l’IVA.


Indovina indovinello, cosa piace al mio pisello?

E allora, dimissioni in bianco. Perché in bianco? Semplice. Metti che sei Cicchitto (e ti chiedo scusa per il paragone). Consegni una lettera in bianco con le dimissioni. La raccoglie Berlusconi. Ci scrive sopra la cifra, per onorare il tuo gesto; diciamo una sorta di atto d’amicizia fatto in euro. Se ti garba questa elargizione liberale, le tue dimissioni da bianche diventano nere su bianche, se non ti garba è presumibile che tu ti accorga di avere una coscienza e non ti dimetti più.
Tortuose, le vie della virtù.
Ma torniamo alle feci. Ci siamo, è ovvio. Approfondiamo dunque la conoscenza di questo straordinario ricettacolo di batteri.
Allora, ci sono i falchi e le colombe. Non è una versione creativa della storia dei fiori e delle api, per mostrare ai miei piccoli lettori come vengono al mondo i bimbi o per introdurli nel mondo della sessualità umana.
I politici di cui sopra spesso si sono introdotti nella nostra sessualità, anche senza consenso e anche passando dal retro. Malandrini loro, direte voi. Epperò.
C’è un però. Un però piuttosto grande. Il però è questo: LI ABBIAMO VOTATI NOI.
Qualche mese fa Scalfari, rispondendo a una domanda del maggiordomo di Letta (aka Fabio Fazio, nella sempre cortese definizione di quel simpa di Beppe Grillo) circa la situazione politica italiana, disse una cosa tanto triste quanto vera. La classe politica che governa un paese rappresenta quel paese. Se noi abbiamo questa gentaglia al potere è perché ce la meritiamo. Punto.
Triste musica di violini. Sipario.

Lo scacchiere presenta ben più di due fazioni in lotta tra loro. Da una parte l’imperituro Silvio, profeta del Silvianesimo. Gli si aggrappano forte forte Daniela Santenché, Mara Carfagna, la Gelmini, Bondi, Capezzone e tutti quelli usualmente definiti FALCHI. Che però preferirei chiamare FALQUI, perché mi fanno cagare. Vicini a questi abbiamo le colombe, COLOMBE, che chiameremo COLOMBIANI, perché sembra si nutrano unicamente di bamba. Altrimenti non mi spiego il loro atteggiamento.


E Vaff vuol proprio dire Vaff!
 Tra di essi, Rotondi (che, giova ricordarlo, si è autonominato candidato Premier del centrodestra), Cicchitto, Alfano (che si definisce “diversamente berlusconiano”), Giovanardi (non capisco mai se quando parla scherza oppure se pensa davvero quel che dice, oppure pensa e basta e gli escono scorregge verbali dalla bocca). Amici amici amici di Silvio che, allo stato attuale delle cose, dicono ANCHE NO.

Poi c’è il PD. Il PD merita una trattazione a parte. Il PD contiene molte contraddizioni. Tipo che non sono sicuro che dentro al partito sappiamo di essere dentro un partito. Perché Epifani (segretario del PD) dice che non vuole un “governicchio”, alludendo a magheggi possibili tra due giorni in sede di voto di fiducia, mentre Letta (presidente del Consiglio) dice che la fiducia è possibile e il governo deve portare a compimento il programma previsto. Poi c’è Renzi.

Sono ganzo, sono giovine, sono Renzi.

Renzi merita una trattazione a parte, all’interno della trattazione a parte. Avete mai sentito parlare Renzi? Ecco. Simpatico, no? Intrattiene, diverte, tiene desta l’attenzione. Vi ricordate anche solo una parola che ha detto, in questi suoi discorsoni? Rispondo io per voi. NO. ZERO. Renzi produce RUMORE, il rumore nasconde l’assenza di contenuti. Questa è semiotica, Baby. Poi ci sono molti altri, tipo Fassina. Fassina mi fa venire le lacrime agli occhi. Si lamenta sempre. Se fossi un parlamentare Fassina lo battezzerei Er Piagnisteo. “Ehi, hai sentito Er Piagnisteo stamattina? Mortacci sua!”. La Bindi invece è scomparsa. D’Alema non so come considerarlo. Ogni tanto parla. Ogni tanto farebbe bene a non parlare.


'ntu culu la dialettica!

Poi c’è il Movimento 5 Stelle. Il M5S non è un “movimento”, è un partito. È la forma religiosa più simile al Silvianesimo che esista oggi in Italia; il profeta del culto è Grillo (che non può sedere in parlamento per un piccolo problemino di natura penale, tipo una condanna per omicidio colposo, una cazzatella). Accanto a Grillo c’è Casaleggio, che è un simpa molto addentro alle strategie della comunicazione e forse un attimino in conflitto di interessi, in quanto blog e alcune opere di Grillo sono realizzati ed editi dalla SUA AZIENDA. Il M5S è formato da giovani alla prima esperienza politica importante, e molti hanno dimostrato di non essere pronti a sedere lì in mezzo. Non lo dico con cattiveria, è una constatazione. Ci vuole preparazione per fare politica, e molti di loro non ne hanno; hanno passione, determinazione, purezza, buone idee anche, ma non metodo.
Il problema che ho con il Movimento è questo: per quel poco che posso capire io di politica, ho sempre pensato che l’elemento fondante di questa antica arte di gestione della cosa pubblica fosse il dialogo. I Grillini, Cittadini, Stellini o come minchia si fanno chiamare negano il dialogo e si pongono in parlamento come fossero gli unici detentori del Giusto. E no, belli miei, così è facile. È come iscriversi all’Esercito di Silvio con qualifica di Generale.
Se vuoi parlare con me, ma subordini il tutto al fatto che io accetti A PRIORI che tu hai ragione, la mia risposta è SUCA. Senza offesa, eh.
La politica è anche questo: sporcarsi le mani, dibattere, stringere alleanze, far saltare alleanze, fare pompini e diventare ministro (ogni tanto succede). Tralasciando la faccenda dei pompini, non si può cambiare tutto quanto il sistema dopo esserci entrati da un’ora. Prima bisogna conoscerlo, resistere alle tentazioni, combatterle, vincerle e proporre un’alternativa. Grillo era un buon comico a inizio carriera. Poi si è evoluto in un autore satirico ficcante e spudorato. La satira mira ad attaccare tutto ciò che appartiene alla cultura di una società (cultura in senso antropologico, dunque usi, costumi, politica, religione etc). Il termine SATIRA e il termine SATURO hanno radice comune e indicano pienezza, varietà di contenuto. L’autore satirico opera un’azione distruttiva per minare le certezze dell’individuo, mettergli sotto il naso contraddizioni e orrori della società in cui vive, spingerlo a riflettere e a fare scelte, senza mai indirizzarlo verso l’una o l’altra alternativa. La satira solleva il velo e mostra il pattume nascosto. Poi sta a te che guardi fare il passo successivo: informarti, scegliere, schierarti. Siccome Grillo utilizza spesso la SATIRA per fare POLITICA, utilizza un ibrido dei due mondi che non è molto onesto. In parte perché la satira ha gioco facile nel demolire, ma non fornisce nulla di costruttivo, non dà alternative, non comunica progetti; quello è appannaggio della politica. La politica del M5S è ANNASSERO TUTTI A FARE IN CULO. Il che, consentitemi di dire, non è che sia poi così costruttivo. Hanno le loro ragioni, ci mancherebbe, la scena politica italiana è così triste che una telenovela brasiliana a confronto sembra Paperissima… Epperò. Se non offri un’alternativa, ma ti limiti a dire sempre CATTIVI, CATTIVI, CATTIVI non ci fai una bella figura. Oppure sei Renato Brunetta. E neppure in quel caso ci fai una bella figura.
POSTILLA: l’alternativa deve essere concretamente realizzabile. Perché se tu dici: Basta guerre, viviamo sereni e felici nel mondo, basta inquinamento, acqua libera per tutti, no TAV, fuori dall’euro, lavorare meno e lavorare meglio, questo è il mio programma di governo.
Sì, bello, niente da dire, epperò SUCA.

Passiamo oltre. Chi rimane? Fratelli d’Italia. Meloni, Crosetto, quell’altro con la voce di Tom Waits dopo che si è mangiato una grattugia. Si erano smarcati da Silvione in tempi non sospetti, poi sono ritornati sui loro passi e entrati in coalizione, poi di nuovo si sono smarcati. Archivio FDI con un SUCA d’ufficio e tanti saluti.

SEL. Quando Vendola parla per affrontare una questione, ci mette così tanto tempo che LA QUESTIONE SI RISOLVE DA SOLA. Fine stratega? Ragazzo fortunato? Il tempo risponderà a questa domanda. SEL è un movimento border line e si comporta come tale. Incarna forse l’unica compagine politica apertamente e concretamente di sinistra in parlamento; una sinistra anacronistica, forse, non estrema ma radicale. Peso politico dell’armata: zero virgola STO CAZZO. Anche loro, purtroppo, confinati a produrre RUMORE.

Lega Nord. Che roba è? Non ricordo. Ah, quelli che credono di essere i discendenti di Obelix, si bevono il Po e si inculano i diamanti. Quelli che chiamano i neri Bingo Bongo, che insultano il ministro Kyenge, che ce l’avevano duro. Quelli del federalismo, antiberlusconiani che escono dalla Giunta quando è ora di votare la decadenza e che poi dicono che il governo deve cadere, ma il loro appoggio al Pdl è esterno, epperò poi magari si riavvicinano, epperò anche BASTA.

Capezzin, Capezzin, Viva Capezzin!

ALTRI. Cosa resta?
I Radicali. Vabbè. Capezzone era Radicale. Silvio ha firmato i referendum dei Radicali. Il mondo è fuori di sesto.
La Destra. C’è ancora quel tizio, come si chiamava… Storace? Mitico Storace. Continua nella tua battaglia contro la realtà. Siamo con te. Storace, che, giova ricordarlo, è stato piantato in asso come uno stronzo dalla Pitonessa (che hai tempi della Destra diceva peste e corna di Silvio).
UDC. Posso saltarli questi?
Scelta Civica, o per meglio dire il partito di Monti senza Monti. Un gioco di prestigio senza prestigio.
Fare per fermare il declino è stato fermato dal declino di Fare per fermare il declino.
Tabacci non so dove sia, mi sfugge come un’anguilla, dove sta? In che partito milita? Sei troppo ganzo, Bruno.

Non mi vengono in mente altri schieramenti. Chiedo venia se ho saltato qualcosa di ragguardevole. Torniamo alla domanda di partenza:
Se vi trovaste sepolti in un mare di merda, quale sarebbe il vostro primo pensiero?
Qualcosa mi dice che la risposta esatta sarebbe la quarta. Non mi interessa.
Il nostro pensiero, nostro come popolo, è sempre: Non mi interessa. A forza di Non mi interessa, qualcun altro si è interessato a noi. Continueremo a comportarci in questo modo?
Spero con tutto il cuore di no, ma temo con tutta quell'altra parte del corpo che inizia con la C di sì.


UPDATE 2 ottobre

Fermi tutti. Le cose sono cambiate.

Questo pezzo l’ho scritto e riscritto perché, una volta terminata una stesura, quello là se ne usciva fuori con un’idea nuova e tutti quanti ad abbaiargli intorno. Ieri sera sembrava fatta, Sallusti sculaccia Cicchitto, Cicchitto morde Sallusti, Alfano sceglie di stare con gli indiani, il Forte di Arcore sputa fuori una rabbiosa Pitonessa accanto a un modesto Capezzone, Grillo manda tutti a fare in culo, il PD non lo so, Letta non ha dormito, qua non dorme più nessuno, Monti dice che Letta deve andare avanti, Maroni li ha rotti i succitati (con lettera minuscola), SEL è guardingo, Giovanardi si ribella a se stesso, gli Stellini in fuga vengono sbertucciati dai colleghi al Senato e alla Camera, scene isteriche, gente che piange, si dispera, urla, strepita, sangue e stridore di denti e intanto votano Sì alla fiducia.
Cioè. Schifani avrebbe dovuto parlare in Senato questa mattina, a titolo di portavoce del Pdl –o meglio, di Forza Italia, perché il nome PDL appartiene ad Alfano.

Oh, Gesù. Non riesco a star dietro a tutte 'ste puntualizzazioni. 
Invece di lasciarlo parlare, Dudù prende la parola. No, non Dudù, volevo dire Berlusconi. È il delirio.
Berlusconi, artefice della crisi di Governo, APPOGGIA LETTA.
Maggioranza schiacciante di Sì.
Sallusti questa mattina titolava il suo Giornale: ALFANO TRADISCE.
Alfano tradisce Berlusconi, che a sua volta tradisce se stesso.

Non so voi, ma io ci rinuncio.
Basta. Tiro i remi in barca. Tanti saluti. Facciano quel che credono...
Tabacci Premier, Cicchitto Presidente della Repubblica, Giovanardi alle Pari Opportunità.
Oppure Carlo Conti alla Cultura.

Europa, acolta qua. 

Commissariaci. Mandaci uno normale, o una normale. Dieci anni di fatica e poi saremo un paese (più o meno) in quadro. Da soli non ce la facciamo.
Basta tergiversare. Ok?
Che se no qua finisce che Berlusconi si dimette e la Pascale diventa Leader di un partito di uomini e cani, dove il confine tra l’una e l’altra delle forme di vita sopra menzionate sarà talmente labile da apparire inesistente.
E per i cani, credetemi, non è un gran complimento.